Antropologia ambientale e della montagna; applicazione dei saperi antropologi nelle relazioni tra pastori, scienziati e predatori.

Fare antropologia tra scienziati e pastori

Maria Benciolini

Quando ci si incontra tra antropologi, inevitabilmente a un certo punto qualcuno fa un commento, di solito tra il frustrato e il divertito, su come spiegare agli altri il nostro lavoro. È capitato anche a me, e la perplessità dei miei interlocutori aumenta quando rispondo che faccio l’antropologa e mi occupo di protezione della biodiversità e di cambiamenti climatici.

L’antropologia ambientale mi appassiona perché tocca alcuni dei grandi temi della nostra disciplina: la relazione degli esseri umani con gli altri animali e con la natura, i diversi linguaggi e le diverse prospettive che si incontrano e si scontrano, la varietà dei punti di vista in gioco. Al di là del mio personale interesse scientifico, sono anche convinta che l’antropologia possa offrire un utile contributo nel tentativo di rispondere ai problemi concreti posti da molte tematiche ambientali.

Poco più di due anni fa, rientrata da meno di un mese in Italia dopo undici anni all’estero, ho deciso di fare un’esperienza di volontariato con il progetto Pasturs. Si trattava, in sostanza, di spendere una settimana in alpeggio insieme ad un pastore e aiutarlo nella sua vita quotidiana e nel suo lavoro: sorveglianza del gregge, gestione dei cani e dei recinti. Quell’esperienza mi aprì una visione diversa della montagna, che pure ho sempre amato e frequentato, e della relazione con gli animali.  Mi permise inoltre di unire la mia passione  per la montagna e il mio interesse per i temi ambientali. Da allora è nata una collaborazione professionale con la cooperativa Eliante, che mi ha visto coinvolta nell’ideazione e nell’implementazione di alcuni progetti sulla convivenza con i grandi carnivori, sulla mitigazione dei cambiamenti climatici e sulla presenza di biodiversità in città.

Predatori, pastori e scienziati.

L’espansione dei grandi carnivori in Italia (spontanea nel caso del lupo, determinata   da un progetto di reintroduzione quello dell’orso) ha portato con sé anche conflitti e polemiche, che in alcune regioni si sono rivelati molto aspri.

Alcune vicende, come quelle dell’orso M49, evaso per ben due volte dal recinto del Casteller (il luogo gestito dalla provincia di Trento dove vengono tenuti gli orsi che si decide di togliere dalla natura), o quella, meno recente ma altrettanto famosa, dell’orsa Daniza, attirano l’attenzione dei media nazionali e mostrano spesso le polarizzazioni che si creano intorno ai grandi carnivori; ma basta sfogliare i quotidiani locali delle zone alpine e prealpine per accorgersi di come orsi e lupi siano spesso oggetto di conflitti e polemiche.

Molto è stato fatto per cercare di limitare i  conflitti: esistono misure di compensazione per le perdite economiche e di prevenzione dei danni,  promosse e parzialmente sovvenzionate con fondi pubblici; si fanno campagne di comunicazione e divulgazione cercando di diffondere informazioni sul comportamento degli animali, sugli effettivi danni prodotti e sulle regole da osservare nei territori in cui sono presenti i grandi carnivori.

In alcuni casi (come quello del lupo), l’attuale status della popolazione [1]Il lupo è tuttora considerato specie vulnerabile dal comitato italiano della IUCN  la popolazione è però in espansione (sia numerica che territoriale) da alcuni anni (cfdr.  Marucco F., Avanzinelli E., et al., 2018) . Nell’ambito del progetto LIFE WolfAlps EU è stato avviato alla fine del 2020 un monitoraggio nazionale. rappresenta un sostanziale successo del mondo conservazionista, che però è ancora in difficoltà nella gestione del conflitto. Per cultura scientifica, naturalisti e biologi della conservazione tendono spesso a pensare che una buona comunicazione, la divulgazione di fatti ritenuti scientificamente oggettivi e l’implementazione di buone pratiche siano sufficienti a gestire i conflitti con i predatori. Ciò che frequentemente viene trascurato sono le dimensioni culturali ed emotive. Non si prende in considerazione il fatto che uomini e predatori hanno una storia condivisa e, nella maggior parte dei casi, conflittuale, i cui esiti  non possono essere spazzati via solo facendo della buona comunicazione.

Sono molti i fattori che entrano in gioco nella relazione tra esseri umani e predatori. Orsi e lupi sono animali “buoni per pensare”, ben presenti nell’immaginario europeo (e non solo). Oltre alla loro dimensione simbolica, non va dimenticato che questi animali tendono ad infrangere le frontiere materiali e astratte che l’uomo stabilisce tra il proprio mondo culturale e sociale e quello naturale e selvatico: superano recinti, si affacciano ai balconi delle case e rompono, attraverso la predazione, i rapporti sociali che i pastori stabiliscono con i propri animali domestici. Dopo essere stati assenti per decenni, i carnivori tornano nei territori e  diventano anch’essi  agenti della cui presenza è necessario tenere conto. Ai criteri di scelta delle aree e delle modalità di pascolo i pastori devono aggiungere anche le circostanze che possono favorire la predazione del bestiame. Il lupo e l’orso diventano attori con cui i cani da protezione, gli esseri umani, gli animali domestici e selvatici si trovano a interagire nella comune costruzione del territorio e dell’ambiente.

Nel conflitto con e sui predatori, inoltre, intervengono “comunità” diverse, ciascuna con il proprio linguaggio e prospettive culturali, non sempre mutuamente comprensibili. Biologi della conservazione, allevatori, animalisti non solo hanno interessi e obiettivi diversi, ma faticano anche a comprendere il linguaggio gli uni degli altri. Un esempio evidente è la diffidenza di numerosi allevatori per i risultati dei monitoraggi: molti faticano a comprendere i metodi utilizzati, a interpretare i dati in modi per loro significativi e ritengono eccessivamente tecnico e poco comprensibile ai più il modo in cui i dati vengono comunicati. Ad esempio, le stime sulla popolazione di una determinata specie, basate su monitoraggi e analisi del dna, vengono espresse in termini di intervalli numerici o di numeri minimi [2]cfr comunicato stampa di ISPRA: “Dati recenti, riferibili al campionamento 2017-18, presentati in forma preliminare in occasione del convegno finale del progetto LIFE WOLFALPS nel marzo del 2018, riportano per le Alpi la presenza di 47 branchi, 6 coppie e 1 individuo solitario e un numero minimo di 293 individui (dati progetto Wolfalps). Per la restante porzione del territorio peninsulare nazionale, esistono due stime che tuttavia non derivano da un programma organico di monitoraggio e sono quindi associate ad un elevato grado di incertezza. La prima, a scala nazionale, riporta 1580 animali – con una valutazione dell’incertezza compresa tra 1070 e 2472; la seconda, un valore complessivo per il territorio italiano compreso tra un minimo di 1269 individui ed un massimo di 1800” (minimo numero di lupi stimati) (cfr. Comunicato Stampa Il lupo in Italia e  Marucco, Avanzinelli et. al 2017)  .

Queste informazioni, interpretate dagli scienziati come un atto di trasparenza e onestà intellettuale, sono  invece pensate da alcuni pastori in maniera diametralmente opposta. Il fatto che non esista l’indicazione di un numero esatto ma solo un intervallo, a volte percepito come molto ampio, è interpretato come mancanza di trasparenza o di adeguata conoscenza della situazione.  In egual modo, naturalisti e biologi stentano a comprendere le dimensioni emotive e culturali della relazione con i propri animali e con i predatori degli allevatori, difficilmente intuiscono come l’immaginario possa avere conseguenze dirette sul modo di rapportarsi con gli animali. In questo senso, le diverse attitudini e convinzioni rispetto agli orsi e ai lupi sono molto interessanti. Nonostante la sua pericolosità per gli esseri umani, l’orso è spesso più tollerato, gli si perdona qualche predazione e incute sempre un certo rispetto. L’orso, mi ha detto una volta un pastore, è “più simile a noi”, mentre al lupo è frequentemente attribuita una furbizia negativa e una sorta di intenzionalità malvagia.

La mia esperienza etnografica su questi temi è cominciata con i pastori e gli allevatori di pecore nelle Orobie bergamasche, con i quali la cooperativa Eliante ha avviato nel 2016 Pasturs: un progetto di prevenzione del rischio da predazione. I pastori coinvolti ospitano volontari (per lo più studenti) che offrono un aiuto concreto nel lavoro quotidiano (gestione dei cani, cura delle pecore, posa dei recinti, ecc.). L’incontro tra pastori e volontari è anche occasione di confronto e condivisione tra persone che vivono realtà diverse e hanno diverse concezioni della relazione con gli animali e con l’ambiente. I volontari spesso hanno  idee piuttosto vaghe delle fatiche della vita dei pastori e questi, da parte loro, si aprono a nuove prospettive e punti di vista.

Questo autunno è  partito il progetto LifestockProtect, mirato alla promozione delle misure di prevenzione dei danni da predatori tra gli allevatori di Alto Adige, Austria e Baviera. Tra le azioni preparatorie del progetto è prevista una ricerca etnografica, che avrà come obiettivo quello di comprendere la dimensione culturale delle percezioni, dei saperi e delle pratiche dei pastori nella loro relazione con il lupo. Una migliore comprensione di questi aspetti dovrebbe porre le basi per un dialogo in cui i punti di vista in gioco siano più intelligibili gli uni per gli altri. Tale dialogo è fondamentale perché la ricerca di soluzioni e l’adozione di buone pratiche possa essere un percorso condiviso.

“Quei canaloni erano il nostro frigo”.

Nelle mie conversazioni con i pastori, un tema che spesso emerge è la trasformazione del paesaggio, attribuita sia ai cambiamenti climatici che alle diverse modalità di presenza umana. Gli effetti dei cambiamenti climatici nelle zone alpine non sono visibili solo sulla flora e la fauna, o sull’estensione dei ghiacciai, ma anche nella vita quotidiana delle persone che vivono e lavorano in montagna.

Una delle cause della diminuzione delle superfici di pascolo, ad esempio, è l’innalzamento altitudinale della linea del bosco. I cambiamenti nel regime delle precipitazioni, sia d’inverno che d’estate, influenzano la quantità e la qualità dell’erba disponibile per gli animali. La scarsità di neve accumulata durante l’inverno e il suo scioglimento precoce hanno effetti negativi sulla disponibilità di acqua durante l’estate, sia per le persone che per gli animali. Questo comporta, ad esempio, maggiore quantità di lavoro per spostare gli animali in zone dove possono abbeverarsi e cambiamenti nella gestione dei tempi del pascolo, sia in termini quotidiani che stagionali. La scorsa estate un pastore, indicando dei canaloni nei quali, fino a qualche anno fa, rimaneva neve accumulata per gran parte dell’anno, mi ha detto: “quelli una volta erano i nostri frigoriferi”. La crescente irregolarità di alcuni eventi atmosferici (pioggia, neve, ondate di calore) disorienta  sia i pastori sia, a loro detta, gli animali domestici che “una volta capivano da soli quando era ora di scendere dalla montagna”, mentre adesso sembrano aver perso questi riferimenti.

L’aumento della superficie boscata a sfavore dei pascoli, oltre a ridurre la varietà degli habitat alpini e quindi della biodiversità, ha a sua volta un

effetto sul riscaldamento globale: le superfici boscate infatti, sebbene contribuiscano all’assorbimento di CO2, assorbono anche maggior calore rispetto ai pascoli e questo, oltre una certa latitudine, finisce per incrementare il riscaldamento dell’atmosfera.

Il progetto “resilienza ai cambiamenti climatici e protezione della biodiversità: una proposta di pascolo sostenibile nelle Orobie bergamasche” mira all’individuazione di aree dove riaprire il pascolo a partire da criteri culturali e naturalistici. Una ricerca sulle aree candidate sarà accompagnata da un lavoro etnografico, allo scopo di comprendere l’esperienza dei pastori rispetto ai cambiamenti climatici e al  territorio, i loro interessi e le loro priorità. Attraverso l’utilizzo di carte geografiche e fotografie, si cercherà di comparare la situazione attuale con quella di qualche decennio fa. Si cercherà inoltre di comprendere la percezione dei pastori per quanto riguarda gli effetti dei cambiamenti climatici sul paesaggio, sugli animali selvatici e domestici e sul lavoro quotidiano e stagionale. Tra le altre cose, è interessante notare come i pastori più giovani fatichino a notare gli effetti diretti del cambiamento climatico sulle montagne, mentre quelli più anziani e di maggiore esperienza sono molto più sensibili alle trasformazioni del paesaggio.

Come nel caso del rapporto con i predatori, occuparsi di cambiamenti climatici con le comunità locali significa dover tenere conto dei diversi punti di vista in gioco e dei diversi linguaggi utilizzati. Anche in questo caso, da antropologa, cerco di pormi come traduttrice dei mondi diversi che si incontrano, e in questo caso il compito è un po’ più semplice: tra gli attori coinvolti nessuna specie è in aperto conflitto con le altre.

Sfide e potenzialità dell’antropologia professionale in campo ambientale.

Si pensa spesso che l’antropologia ambientale possa intervenire nella gestione e nella prevenzione dei disastri e delle emergenze, ambito in cui  gode già di un qualche riconoscimento.  Si è meno consapevoli del ruolo che un antropologo può giocare in altri contesti, come quelli appena descritti. In realtà, la relazione tra esseri umani e animali è ben presente negli studi antropologici. Nel 1974 Tim Ingold ha pubblicato un articolo sulla relazione tra i pastori lapponi e le proprie renne che rappresenta ancora oggi un riferimento per chi sceglie di occuparsi di questi argomenti. Già nel testo di Ingold alla renne allevate dai pastori era riconosciuto un certo livello di agentività nel loro rapporto con gli esseri umani. Più recentemente Donna Haraway (2008) ha riflettuto sulle implicazioni culturali e filosofiche della relazione tra esseri umani e animali e sul processo di “diventare con” (becoming with) le specie che ci circondano; e anche caso del lavoro etnografico sui predatori, è utile chiedersi come esseri umani e predatori possano interagire gli uni in relazione agli altri in un divenire comune. A riguardo, alcuni ricercatori francesi e norvegesi si sono chiesti come, da un lato, l’etologia e la biologia di certe specie di predatori interagiscono con i saperi locali e, dall’altro, come questi ultimi influenzano la percezione da parte delle persone del comportamento dei predatori (Lescureux e Linnel 2010).

I cambiamenti climatici hanno recentemente ricevuto discrete attenzioni in antropologia, sia in relazione alla gestione dei disastri che rispetto alle percezioni locali e alle strategie di adattamento messe in atto dalle comunità. In Italia, sia Mauro Van Aken (2020) che Elena Bougleux (2017) hanno evidenziato l’importanza della ricerca di strumenti per affrontare insieme alle comunità gli aspetti locali dei cambiamenti climatici. Nel caso dei pastori, il confronto con la loro esperienza diretta delle trasformazioni  di un territorio che conoscono profondamente, permette non solo di immaginare interventi coerenti con le prospettive locali, ma spingono anche i ricercatori a interrogarsi in modi originali sui cambiamenti climatici e sul paesaggio.

Non è sempre facile far comprendere agli esperti e agli operatori in campo ambientale quanto l’approccio dell’antropologia possa essere proficuo e anche quando esiste questa consapevolezza, può esserci qualche difficoltà nel lavoro interdisciplinare. La comprensione reciproca dei metodi e dei risultati può risultare difficile: chi solitamente lavora con metodi quantitativi fatica a comprendere quelli qualitativi e viceversa; anche i linguaggi spesso sono diversi e per lavorare insieme diventa necessario, prima, imparare la “lingua” dell’altro. Ciò nondimeno, si aprono alcuni spiragli ed è importante osservare e mettersi in ascolto per cogliere le occasioni che si presentano. Il lavoro interdisciplinare fornisce anche l’opportunità per imparare nuovi metodi, interrogarsi sui propri, riflettere sulla propria disciplina e su come metterla in pratica. Lavorare con i pastori insieme a biologi e naturalisti è, per un’antropologa, estremamente stimolante per diverse ragioni: per lo sforzo di traduzione che è necessario fare in entrambe le direzioni, per il fascino e la peculiarità delle diverse prospettive in gioco e per la sfida rappresentata dalla necessità  di superare le barriere tra natura e cultura, tra soggetti e oggetti, che spesso riducono le possibilità di comprensione delle situazioni.

Approfondimenti

https://www.eurolargecarnivores.eu/it/map/

https://pasturs.org/

https://lifestockprotect.info/

Riferimenti bibliografici:

Bougleux, Elena (2017); Incertezza e cambiamento climatico nell’era dell’Antropocene, Etno Antropologia Vol. 5, n.1, pp. 79-94

Comunicato Stampa: Il lupo in Italia monitoraggio dello stato di conservazione, delle minacce, della prevenzione dei conflitti.

Haraway, Donna (2008); When species meet; University of Minnesota Press, Minneapolis

Ingold, Tim (1974);  On Reindeer and Men. Man, 9(4), new series, 523-53

Lescureux, Nicholas e Linnel, John (2010); Knowledge and Perceptions of Macedonian Hunters and Herders: The Influence of Species Specific Ecology of Bears, Wolves, and Lynx.  Hum Ecol 38, 389–399

Marucco F., Avanzinelli E., et al., 2017, Relazione tecnica   Lo status della popolazione di lupo sulle Alpi Italiane, (avanzamento-relazione sinteticaProgetto LIFE 12 NAT/IT/000807 WOLFALPS (pdf 11 MB)

Marucco F., Avanzinelli E., et al., 2018, Relazione tecnica (completa) Lo status della popolazione di lupo sulle Alpi Italiane, Progetto LIFE 12 NAT/IT/000807 WOLFALPS (pdf 42 MB)

Van Aken, Mauro (2020); Campati per aria; Milano, Eleuthera

Note

Note
1 Il lupo è tuttora considerato specie vulnerabile dal comitato italiano della IUCN  la popolazione è però in espansione (sia numerica che territoriale) da alcuni anni (cfdr.  Marucco F., Avanzinelli E., et al., 2018) . Nell’ambito del progetto LIFE WolfAlps EU è stato avviato alla fine del 2020 un monitoraggio nazionale.
2 cfr comunicato stampa di ISPRA: “Dati recenti, riferibili al campionamento 2017-18, presentati in forma preliminare in occasione del convegno finale del progetto LIFE WOLFALPS nel marzo del 2018, riportano per le Alpi la presenza di 47 branchi, 6 coppie e 1 individuo solitario e un numero minimo di 293 individui (dati progetto Wolfalps). Per la restante porzione del territorio peninsulare nazionale, esistono due stime che tuttavia non derivano da un programma organico di monitoraggio e sono quindi associate ad un elevato grado di incertezza. La prima, a scala nazionale, riporta 1580 animali – con una valutazione dell’incertezza compresa tra 1070 e 2472; la seconda, un valore complessivo per il territorio italiano compreso tra un minimo di 1269 individui ed un massimo di 1800” (minimo numero di lupi stimati) (cfr. Comunicato Stampa Il lupo in Italia e  Marucco, Avanzinelli et. al 2017) 
1 Comment
  1. Fabio Malfatti 10 mesi ago

    Molto interessante e soprattutto dettagliato con un sacco di idee. Già sapevo dell’innalzamento del limite del bosco, ma non lo avevo ancora correlato con il problema delle acque. Nelle infrastrutture verdi e blu delle città si considera che un albero maturo permette di ridurre di circa 200 lt la quantità di acqua in circolo.
    Inoltre gli alberi evaporano molta acqua e quindi provocano un problema al sottobosco, aumentano l’infiammabilità, riducono l’assorbimento di CO2 (dato che senza acqua la sintesi clorofilliana non funziona). Non sempre e per forza albero e bosco è cosa buona. Un esempio sono le grandi praterie precoloniali della California, artificialmente create e mantenute dagli indigeni con periodici incendi permettevano l’insediarsi di grandi mammiferi che avevano cibo a volontà movendosi poco e quindi teneri e grassi. VIsibili da lontano, una specie di supermercato.
    Poi con l’arrivo dei coloni ‘europei’ si abbandona la pratica, viene favorita la crescita di foreste per avere legname da costruzione e ci troviamo all’oggi.
    Insomma c’è molto da riflettere su come gestire le aree ‘naturali’ che di naturale non hanno niente (almeno in Italia) e di fatto sono infrastrutture produttive abbandonate.

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

©2021 ANPIA – Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia via Milazzo 8, 40121 Bologna (BO)    C.F. 91387280372

CONTATTACI

Sending
Area Soci

Log in with your credentials

Forgot your details?