Un'elfa drow durante un evento LARP

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Elfi neri nel fantasy

Da un po’ di tempo si vedono attori neri interpretare svariati personaggi in serie tv che spaziano dallo storico al fantasy. Su questo tema vorrei esprimere un parere personale, che forse è influenzato almeno in parte dalla mia formazione antropologica.

Ha suscitato non poche perplessità tra i fan del genere fantasy vedere in più di una serie elfi interpretati da attori neri (ad esempio in The Witcher e Wheel of Time). La critica che viene mossa è che gli elfi sono figure del folklore nordeuropeo e quindi non ha molto senso che siano interpretati da attori neri. Del resto, la pelle scura è un adattamento alle latitudini dove c’è una maggiore insolazione e quindi un maggiore rischio di tumore della pelle[1]Sull’argomento della pigmentazione umana si potrebbero citare intere biblioteche. Ci limiteremo a citare uno studio significativo: Nina G. Jablonski e George Chaplin, “The evolution of human skin coloration”, in Journal of Human Evolution, n. 39, 2000, quindi tipicamente, le persone con la pelle più scura (non necessariamente solo africani) sono originarie di aree del pianeta dove la pelle scura è un vantaggio, come  i tropici e l’equatore. Degli “elfi neri” ce li potremmo forse aspettare quindi in zone tropicali e devo dire che mi ha abbastanza stupito trovarne in mezzo a elfi “bianchi”. Fra l’altro la parola “elfi” deriva probabilmente da una radice indoeuropea *albh- che significa proprio “bianco” [2]Database delle radici indoeuropee di S. Starostin, radice *albh-.

Come fruitore di cinema e serie TV non ho problemi con il fatto che ci siano gli elfi scuri di pelle, ma mi aspetterei che si tratti di una specifica popolazione di elfi che vengono da una zona tropicale, o che magari che si siano incrociati con umani dalla pelle scura. Una popolazione di elfi di pelle nera mi sembrerebbe uno spunto narrativo molto interessante. Fra l’altro, gli archeologi e i paleoantropologi hanno analizzato il DNA di resti di alcuni uomini e donne paleoeuropei, alcuni anche nelle isole britanniche, e hanno rilevato che avevano la pelle scura. La mutazione della pelle chiara risulta relativamente recente ed è a sua volta un adattamento alle alte latitudini, dove la poca insolazione rischia di provocare carenza di vitamina D e quindi rachitismo [3]Jablonski e Chaplin, op. cit.. Si potrebbe quindi, per esempio, prendere spunto da queste antichissime popolazioni paleo-europee e immaginare che gli elfi, che spesso vengono rappresentati come una popolazione ancestrale, abbiano effettivamente tutti la pelle scura. Nel videogioco Skyrim (come in tutti i videogiochi della serie di Elder Scrolls) non solo c’è una specifica popolazione di umani con la pelle scura, i “Redguard”, ma ci sono anche diverse popolazioni elfiche, ognuna con una carnagione caratteristica, compresi gli elfi oscuri, che fra l’altro in quella stessa ambientazione sono vittime di un razzismo diffuso. C’è quindi un approfondimento anche da quel punto di vista. Altro caso simile è quello degli elfi “Drow” presenti nel gioco di ruolo Dungeons & Dragons, che sono una specifica popolazione di elfi dalla pelle nera come il carbone.

Tornando alle serie in questione, mettere degli elfi neri mescolati senza alcuna ragione plausibile in una popolazione di elfi “bianchi” mi sembra invece una soluzione molto debole, che fa sembrare uno show, come ad esempio The Witcher, un pessimo LARP[4]LARP sta per “Live Action Role Play”, cioè un gioco di ruolo dal vivo. Gli elfi vengono sempre rappresentati come una popolazione caratterizzata da una forte endogamia: sarebbe lecito aspettarsi, quindi, che un eventuale gruppo di elfi dalla carnagione più scura (o più chiara) verrebbe completamente assimilata nel giro di qualche generazione, portando tutti ad avere quantomeno una carnagione di tono intermedio. La risposta di solito è che dopotutto si tratta di un fantasy e quindi la coerenza e il realismo non sono importanti. La cosa importante è che lo show sia inclusivo. È un fantasy, non è realistico per definizione, giusto? 

In realtà a me sembra che questa sia una forma tipicamente statunitense di etnocentrismo, dove si finisce per proiettare la realtà americana attuale su qualunque altra, senza preoccuparsi minimamente del realismo o della coerenza. Ricordo, ad esempio, di aver visto di recente “Robin Hood, l’origine della leggenda”  (2018) nel quale, in una scena ambientata in Terra Santa, i crociati venivano rappresentati in modo simile ai marines americani alle prese con gli estremisti dell’Isis, con persino una sorta di versione medievale della mitragliatrice. In questo caso si proietta l’attuale melting pot americano su società passate, senza curarsi del fatto che questo è il prodotto di eventi storici ben precisi e drammatici, come lo schiavismo e il colonialismo. A me sembra che così non si renda un buon servizio alla causa dell’inclusività.

 

La Jarl vichinga donna e nera

Per portare un esempio diametralmente opposto, nel nuovo show Vikings Valhalla è stato inserito un personaggio inaspettato: una jarl vichinga nera, Estrid Haakon, interpretata dall’attrice Caroline Henderson (che, per la cronaca, è di origine svedese e afroamericana). Ohibò! Questo non è un fantasy, ma uno show di argomento storico: dovrebbe essere realistico! Come  fa un’attrice nera ad interpretare una condottiera vichinga? 

Si è già ampiamente accertato che nella società vichinga anche le donne potevano combattere e avere ruoli di potere [5]Foss, Arild S. (2 January 2013), “Don’t underestimate Viking women“, sciencenordic.com, e anche se una jarl donna non era forse altrettanto comune quanto  uno jarl uomo, non significa che fosse impossibile, anzi probabilmente era più comune di quanto pensiamo. Sempre più spesso si scopre che molte sepolture di “guerrieri” e “principi” vichinghi erano in realtà sepolture femminili erroneamente catalogate come maschili per via del corredo “guerriero”. Un’analisi più approfondita dei resti ha finito per rivelare che si trattava in realtà di donne guerriere (e forse anche jarl). Quindi non mi soffermo oltre sul dettaglio che Estrid Haakon sia una jarl e che al suo servizio ci siano delle shieldmaiden, perché tutto sommato è coerente con quello che sappiamo della società vichinga.

Ebbene, andando avanti nello show si scopre che il nonno di Estrid aveva visitato Alessandria d’Egitto e si era sposato con una donna di origine africana. Ebbene sì, i vichinghi viaggiavano, sono arrivati fino in Labrador, quindi vuoi che non siano arrivati anche in Africa? Del resto l’imperatore bizantino aveva una guardia variaga composta da vichinghi e una parte dell’impero bizantino era in Medio Oriente. Quindi non è affatto impossibile che un guerriero vichingo abbia visitato Alessandria d’Egitto, né che abbia preso come moglie una donna di origine africana. Dettaglio interessante: è stata rilevata fra i discendenti delle popolazioni vichinghe una piccola percentuale di geni di origine nativa americana, segno che i vichinghi in Groenlandia e in Labrador si erano mescolati, almeno in parte, con dei nativi americani. Quindi i vichinghi contemplavano tranquillamente la possibilità di sposare donne non vichinghe e non europee. Il fatto che un capo vichingo abbia sposato una donna di origine africana è magari poco comune, ma assolutamente plausibile. Viene data una spiegazione interna alla narrazione e anzi diventa uno spunto narrativo interessante. 

Non vediamo nello show altri vichinghi neri, tranne una delle shieldmaiden della jarl. In questo caso non viene data una spiegazione, ma è facile pensare che la sua storia possa essere simile. Magari è sua figlia. Magari la nonna africana aveva un seguito che si è portata dietro. Si intravedono altri personaggi neri che sono chiaramente dei prigionieri (la tratta degli schiavi dall’Africa già esisteva, quindi non stupiamoci) e altri che sono dei mercanti. Non sono un esperto di storia medievale e non saprei dire quanto sia plausibile vedere mercanti africani in Scandinavia, ma ricordo che in un trattato sull’allevamento degli uccelli scritto da Federico II di Svevia sono presenti delle rappresentazioni di un cacatua, cioè un pappagallo che si trova solo in Australia: significa che nel XIII secolo le rotte commerciali potevano far arrivare degli uccelli esotici dall’Australia all’Europa, quasi cinque secoli prima della “scoperta” ufficiale dell’Oceania[6]Heather Dalton, Jukka Salo, Pekka Niemelä and Simo Örmä, “Frederick II of Hohenstaufen’s Australasian cockatoo: a symbol of détente between East and West and evidence of the Ayyubid Sultanate’s global reach”, in Parergon 35/1 (June 2018)

Altro caso simile, ma per certi versi opposto, è il vescovo Benedict nella serie tv The Last Kingdom, ambientata nell’Inghilterra invasa dai Vichinghi del X secolo (quindi a metà fra Vikings e Vikings Valhalla): si tratta di un prete interpretato da un attore nero, Patrick Robinson, di cui però non viene riportata la storia. Non essendo ancora arrivato alla fine della stagione, non posso ancora tirare le conclusioni, ma devo dire che sarebbe interessante sapere la storia di questo personaggio. Magari è nato in Africa ed è arrivato in modo avventuroso in Inghilterra. Sarebbe interessante sapere come ha fatto carriera nella Chiesa. Tutti buoni spunti narrativi che potrebbero anche dare visibilità a questioni importanti: ad esempio, se si trattasse di uno schiavo liberato, si potrebbe affrontare il tema della tratta degli schiavi, mentre se fosse il figlio di un mercante potrebbe essere uno spunto per parlare delle aperture e dei contatti culturali che ci sono sempre stati storicamente, anche fra culture apparentemente lontane. Per il momento spunti come questi non sono ancora emersi: speriamo che non sia un’occasione mancata.

Qui si vede la differenza fondamentale fra un buon lavoro e un pessimo lavoro di inclusione. In un buon lavoro si riesce a includere un personaggio nero che ha una storia ed è una storia che ha senso e che aggiunge qualcosa di interessante e di significativo. In un lavoro pessimo si mettono dei personaggi neri in modo superficiale e senza alcuna profondità. Un ottimo lavoro avrebbe magari incluso un personaggio realmente esistito, anziché inventarne uno di sana pianta, ma va bene lo stesso. In Africa ci sono tantissime storie interessanti da raccontare. Faccio i primi tre esempi che mi vengono in mente: Mansa Musa, sovrano dell’Impero del Mali; Aline Sitoe Diatta, eroina della resistenza alla colonizzazione francese in Senegal; Mekatilili Wa Menza, un’altra eroina, leader della resistenza anticoloniale in Kenya. E potrei andare avanti a lungo. Sicuramente preferirei vedere storie originali africane anziché elfi di colore senza alcuno spessore narrativo, ma anche un personaggio nero inventato va bene, se ha una storia interessante.

 

Inclusività profonda e inclusività di facciata

Io sono favorevole a inserire personaggi interpretati da attori neri in serie fantasy, o persino storiche, a patto che sia fatto in modo solido: personaggi che hanno una storia coerente che aggiunge qualcosa di interessante. Ci sono produzioni in cui queste scelte sono state valorizzate a livello narrativo e alle quali è stato dato uno spessore e altri casi in cui queste scelte sono state fatte per motivi esterni alla trama senza preoccuparsi minimamente di dare loro un senso “interno”. Non sto dicendo che non sia una scelta legittima. Sto dicendo che è una scelta debole dal punto di vista narrativo e che non aggiunge nulla di interessante alla storia, quando invece potrebbe essere uno spunto interessante da valorizzare. La scelta di portare avanti l’inclusività è sempre condivisibile e apprezzabile: ci sono modi solidi ed efficaci di farlo e modi meno solidi e meno efficaci.

Facciamo un altro esempio. Nel film Assassinio sul Nilo hanno incluso sia personaggi di colore sia personaggi LGBT, due donne che hanno una relazione, tutti personaggi che non c’erano nella storia originale. Ma in entrambi i casi è stato dato spessore a questi personaggi. I personaggi di colore nel film parlano delle discriminazioni che hanno subito e il ricordo di queste discriminazioni svolge una funzione importante nella trama. Le due donne nel film nascondono la propria relazione e spiegano che sono costrette a farlo perché la società in cui vivono è omofoba e non le accetterebbe. Entrambi questi fatti sono stati valorizzati nella trama, perché sono fatti segreti che depistano l’investigatore Poirot e quindi contribuiscono a infittire il mistero. In questo caso a mio avviso è stato fatto un ottimo lavoro, perché non ci si è limitati semplicemente a coprire la quota coloured e la quota LGBT tanto per ottenere una inclusività di facciata, ma questi elementi sono stati valorizzati nella trama in modo da portare a un’esplicita riflessione sulle discriminazioni sociali. 

Il caso opposto è quello della serie tv Troy. La caduta di Troia, in cui diversi eroi, sia achei sia troiani, sono interpretati da attori neri, primo fra tutti Achille. Ora, devo ammettere che ho trovato la serie molto apprezzabile nel suo complesso, così come ho trovato molto convincente l’interpretazione dell’attore che interpretava Achille, David Kwaku Asamoah Gyasi. Il punto è che Achille nell’Iliade è sempre descritto come “il biondo” e dunque non capisco il senso di farlo interpretare da un attore nero, seppur bravissimo. Certo, il senso è l’inclusività, ma si tratta appunto di un’inclusività superficiale, di facciata. Non sarebbe stato più interessante far interpretare allo stesso attore un personaggio autenticamente nero, come ad esempio il re d’Etiopia Memnone, che è esplicitamente descritto come nero di pelle e che invece non viene mai nemmeno menzionato nello show? Questo mi sembra il segno più evidente di un’ipocrisia di fondo: cancellare dalla storia un personaggio autenticamente africano, ma prendere un attore di colore per interpretare un personaggio che viene sempre descritto come “biondo” per rispettare la quota coloured.

Colour blind casting o colour conscious casting?

Per quanto fatto con le migliori intenzioni, secondo alcuni il colour blind casting potrebbe paradossalmente avere un impatto negativo per la causa dell’inclusività, perché in certi casi rischia di nascondere questioni di grande importanza storica, come ad esempio la tratta degli schiavi, il razzismo e la segregazione razziale. Un caso emblematico è quello della serie tv basata su Intervista col vampiro di Anne Rice, annunciata di recente, dove per il personaggio di Louis de Pointe du Lac è stato scelto un attore nero, Jacob Anderson. Il fatto è che Louis è un proprietario terriero francese nella Louisiana del XVIII secolo, presumibilmente padrone di schiavi. Rappresentare tale personaggio come nero, o quantomeno mulatto, è una scelta alquanto controversa, perché rischia di far passare l’idea che in quel contesto non esistesse la tratta degli schiavi. È pur vero che storicamente ci sono stati personaggi mulatti liberi e pienamente integrati nella società francese dell’epoca, come ad esempio Alexandre Dumas, figlio di un marchese francese e di una schiava haitiana di origine africana. Insomma, il problema non è in sé l’aver scelto un attore nero o mulatto per Louis, bensì il fatto che questa scelta venga valorizzata narrativamente o meno. Si parla in questo caso di colour conscious casting[7]https://www.theguardian.com/tv-and-radio/2020/aug/11/its-dangerous-not-to-see-race-is-colour-blind-casting-all-its-cracked-up-to-be: ovvero il fatto appunto di scegliere attori di colore proprio con l’intento di far emergere la consapevolezza su problematiche storiche come schiavismo e razzismo.

Insomma, ben vengano le buone intenzioni, ma serve anche lo spessore narrativo. Come mi è stato suggerito da un’amica, l’inclusione prevede anche il raccontare storie inclusive, non solo cambiare a caso il colore della pelle dei personaggi.

Note

Note
1 Sull’argomento della pigmentazione umana si potrebbero citare intere biblioteche. Ci limiteremo a citare uno studio significativo: Nina G. Jablonski e George Chaplin, “The evolution of human skin coloration”, in Journal of Human Evolution, n. 39, 2000
2 Database delle radici indoeuropee di S. Starostin, radice *albh-
3 Jablonski e Chaplin, op. cit.
4 LARP sta per “Live Action Role Play”, cioè un gioco di ruolo dal vivo
5 Foss, Arild S. (2 January 2013), “Don’t underestimate Viking women“, sciencenordic.com
6 Heather Dalton, Jukka Salo, Pekka Niemelä and Simo Örmä, “Frederick II of Hohenstaufen’s Australasian cockatoo: a symbol of détente between East and West and evidence of the Ayyubid Sultanate’s global reach”, in Parergon 35/1 (June 2018
7 https://www.theguardian.com/tv-and-radio/2020/aug/11/its-dangerous-not-to-see-race-is-colour-blind-casting-all-its-cracked-up-to-be
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