Riflessioni sugli orizzonti e le potenzialità

dell’antropologia professionale

Andrea Moca [1] Laureando presso l’Università di Copenaghen nel MA in Applied Cultural Analysis, laureato precedentemente in Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali all’Università di Bologna. A.Moca, profilo Linkedin

Esperienza nella consulenza, cosa ci rende professionalmente riconoscibili?

Prendendo spunto dal volume di Ivan Severi, Quick and Dirty, sviluppo una riflessione riguardo agli orizzonti dell’antropologia professionale a partire da due esperienze lavorative. Questo focalizzandomi sulle competenze e sulle pratiche che rendono l’antropologo riconoscibile ed efficace nel mondo del lavoro al di fuori dell’accademia, su  come il ruolo dell’analista culturale  possa fornire una prospettiva ai giovani laureati e sulle potenzialità della ricerca etnografica come strumento di politica attiva utile allo sviluppo di modelli di business più attenti alle necessità locali e umane.

Come  sappiamo, una società si struttura nei legami di prossimità, di reciprocità, negli scambi. Ciò che modella le nostre relazioni, i nostri corpi, il nostro linguaggio è sottoposto a  meccanismi di selezione culturale e fisica. In termini identitari, esistere vuol dire occupare una posizione, singolarmente o comunitariamente, distinta.

Mi sono reso conto di esistere quando sono riuscito ad esprimermi e ad essere compreso. Lavorativamente, mi sono accorto del valore dei miei studi quando sono riuscito a dimostrare le mie capacità e far sì che queste avessero un impatto nei progetti in cui sono stato coinvolto. Ho acquisito fiducia quando queste capacità sono state richieste, convinzione quando ho capito che esistono infinite possibilità di applicazione: la sfida è riuscire ad essere riconoscibili nel mercato, costruendo un ruolo definito da competenze uniche e spendibili. Questo per dire che il potenziale per un’antropologia “riconoscibile” fuori dall’accademia esiste, è concreto, e questo grazie al continuo lavoro accademico di approfondimento e di ricerca che ci fornisce gli strumenti necessari per agire efficacemente nel mondo. D’altro canto, noi giovani laureati ci affacciamo oggi nel mercato del lavoro italiano senza un percorso tracciato e con pochi predecessori, liberi di modellare noi stessi e il nostro futuro tramite le capacità che abbiamo sviluppato. Libertà euforica e disorientante. Euforia che nasce dalla consapevolezza nei propri mezzi, dalla voglia di mettersi in gioco, di dare il proprio contributo, che diventa disorientante nel momento in cui non si è riconosciuti e non si trovano strade verso una sicura retribuzione. Questa riflessione nasce da ricerche  che ho svolto  al di fuori dell’ambito accademico, lavorando direttamente per soggetti privati in qualità di consulente. Voglio riportare due esempi, non per dire che l’attività di consulenza sia l’alternativa al percorso accademico, ma piuttosto nella speranza che la  comprensione  sviluppata  come consulente possa  essere utile ad altri nella mia stessa situazione per realizzare i propri progetti. Ritengo infatti che quelle dell’analista culturale possano essere le competenze  che rendono l’antropologo professionista riconoscibile al di fuori dell’accademia, facendo  della ricerca etnografica uno strumento di politica attiva. L’intento è  iniziare a costruire un percorso, un ruolo identificabile, per chi esce  dall’università con una laurea in antropologia culturale, attraverso lo sviluppo condiviso di un settore che non può che sostenersi  tra accademia e professionisti.

Antropologia e architettura per lo sviluppo di comunità

Co-Housing

Co-Housing (A.Moca)

Il primo esempio riguarda un  lavoro che ho svolto per uno studio di architettura a Copenaghen. Il loro progetto era di costruire delle soluzioni abitative, co-housing, per adulti prossimi alla pensione o già pensionati. Una possibilità legata a  problematiche culturali, economiche e sociali emerse proprio da ricerche sul campo. Molto spesso anziani e adulti prossimi alla pensione, dopo che  i figli se ne sono andati, si trovano a vivere in grandi case con costi di manutenzione elevati che, data la pensione fissa per tutti i cittadini danesi, diventano difficili da sostenere. Inoltre, con l’avanzare dell’età, venendo a mancare gli affetti più cari, aumenta esponenzialmente il rischio di solitudine e depressione, il che ha un impatto negativo  sia sulla qualità che sulla durata della vita stessa. Per questo il modello di riferimento dello studio di architettura era quello di Villagrande Strisaili, paese sardo in provincia di Nuoro, dove la lunga aspettativa di vita è stata attribuita da studi pregressi alla  stretta rete di relazioni sociali. Così è stato chiesto al mio gruppo di lavoro di aiutarli nella progettazione suggerendo soluzioni, sia edili  sia gestionali, che facilitassero lo sviluppo di una comunità all’interno delle strutture di co-housing. La problematica ha richiamato numerosi  temi trattati dall’antropologia: il primo passo è stato decostruire la richiesta del portatore di interessi, avventurandosi poi nel concetto di comunità, nelle teorie sulla cultura materiale, nei meccanismi di reciprocità, nei rituali, nelle pratiche di espiazione della morte. Questo lavoro ci ha permesso di utilizzare le metodologie etnografiche come strumento di ricerca e di analisi per la soluzione del problema, per comprendere e far capire che non esiste uno standard di comunità, che l’autoregolamentazione, le negoziazioni e i conflitti sono parte integrante del processo di formazione di una rete sociale. Capire i processi di formazione di una comunità facendo ricerca sul campo, intervistando, trascorrendo giornate e praticando attività con i residenti di co-housing già presenti sul territorio, ci ha permesso, ad esempio, di far comprendere alla committenza  l’importanza delle zone di mediazione, dove si generano e vengono risolti conflitti – come può essere una lavanderia comune-lo sviluppo condiviso del regolamento interno o anche più semplicemente la  presenza di un albero che, crescendo, pone i residenti davanti ad una costante gestione di un bene comune. Per giungere a queste conclusioni si è rivelato fondamentale il lavoro   di Daniel Miller Stuff (Miller, 2010). In particolare, le tesi secondo cui  gli oggetti sono intrinsecamente regole, ci comunicano cosa è appropriato fare e cosa no. Di conseguenza,  permettendo ai  residenti di modellare gli spazi e scegliere gli oggetti tramite la mediazione, saranno poi loro ad incorporare e facilitare il senso di essere comunità. Oppure, partendo dalla definizione di rituale sociale di Richard Schechner – intenso come un sistema simbolico di significato, una struttura con qualità formali e relazioni definite (Schechner, 1993)-  abbiamo sviluppato  l’idea di proporre uno spazio adibito ai funerali, intesi come momenti in cui la comunità si stringe e riconosce sè stessa nell’individualità del deceduto. Tramite la pratica  rituale collettiva, nel riconoscimento delle qualità individuali del deceduto, ognuno può scoprire in sé e negli altri il valore del singolo nell’insieme, divenendo il momento di più chiara interdipendenza e quindi di espressione stessa del concetto di comunità. Così siamo riusciti a suggerire soluzioni concrete, che rispettassero i margini economici e costruttivi imposti, e che sono state inserite nella progettazione.

Ricerca applicata, supporto ad imprese in zone rurali

Oliveto (A.Moca)

Il secondo esempio si riferisce  a un progetto sul quale sto ancora lavorando e che riguarda lo sviluppo di un’azienda olearia nel  Gargano, una zona ricca di produttori di olio in cui il prezzo della materia prima è arrivato a costare 3,50€ al kg per i grossisti, mettendo i produttori davanti al ricatto di dover rimanere con grandi quantità invendute oppure di abbassare  il prezzo di anno in anno. Ciò provoca un  declino veloce e costante di un settore dell’eccellenza italiana in una delle zone di maggiore produzione, con  un danno per gli imprenditori agricoli, che  ricade sulle aziende terziste e sulla manodopera, creando problemi di disoccupazione ed esclusione sociale. Nello specifico, l’azienda per cui sto lavorando è stata recentemente rilevata da un venticinquenne. Il mio compito è di aiutarlo nello sviluppo di una  rete di vendita privata, che lo tolga  dal ricatto dei grossisti. Il suo obiettivo attuale è di fidelizzare la clientela raggiunta tramite il passaparola e di aprirsi possibilità in mercati paralleli. Di conseguenza il giovane imprenditore ha ritenuto la mia consulenza necessaria alla scelta del packaging e delle strategie comunicative. Per svolgere il compito  è stato necessario guardare al prodotto e ai percorsi d’acquisto da un  punto di vista culturale, trattandosi di una materia prima profondamente inserita nella tradizione culinaria italiana. In questo caso,  si è rivelato utile applicare  la teoria dei semiofori di Krzysztof Pomian, per cui la visibilità di un oggetto è determinata dalla chiarezza della sua funzione, ciò lo distingue dalle cose e dai residui (Pomian, 2001). Per esempio, fornendo da produttore una bottiglia da travaso, incorporando già nell’oggetto una specifica funzione ed una determinata azione, ne sarà facilitato l’accesso nella quotidianità del fruitore, veicolando i messaggi e i significati che il produttore ha scelto di attribuirgli. Così essa stessa potrà fungere da collegamento con i canali di comunicazione e di vendita dell’azienda. Considerare  queste attribuzioni di significato permette di supportare l’imprenditore nelle scelte di investimento, su cosa è più importante sviluppare  in un determinato momento della storia aziendale, se è meglio utilizzare le proprie risorse sulla grafica di una tanica oppure su una bottiglia che molto più spesso finisce sulle nostre tavole ed entra nelle nostre abitudini.

Etnografia come politica attiva – Human Centred Business

Ho portato questi esempi per ribadire che fuori dall’accademia esistono numerose opportunità di lavoro  per gli antropologi, perché la loro area  di competenza è nelle espressioni culturali: tutto ciò che è culturale è per l’antropologo decostruibile, analizzabile. Sono infatti le conoscenze teoriche la ricchezza che permette all’antropologo di misurarsi con la realtà ed acquisire valore in essa, nonché lo strumento indispensabile per arrivare ad occupare una posizione concreta e costruire  un profilo professionale chiaramente definito. Ed è a partire da qui  che l’etnografia diventa uno strumento imprescindibile di politica attiva, fornendo le metodologie che permettono il supporto ad uno sviluppo imprenditoriale vicino alle necessità locali ed umane, con la lente d’ingrandimento nel particolare e un ritorno effettivo nel sociale, entrando per compromesso  nei meccanismi dell’economia di mercato. Sfruttando così le armi che rendono l’antropologo una figura professionale unica, capace di indagare molteplici argomenti  in contesti diversi, forte del relativismo culturale che ne contraddistingue l’approccio e della duttilità di una formazione improntata allo sviluppo di metodologie di ricerca sperimentali. La singolarità dell’antropologo è nel metodo di lavoro, che sintetizza tutti gli ambiti d’azione della disciplina. Inoltre la sua formazione gli fornisce gli strumenti necessari sia per produrre e analizzare i dati, sia per presentare i risultati della sua ricerca rendendoli fruibili ad istituzioni, imprese e organizzazioni.

Da aspirante antropologo è lì che vedo le possibilità di un’antropologia professionale riconoscibile, che si nutre dell’accademia per garantire una prospettiva lavorativa anche a chi  opera dal suo esterno.

Bibliografia

Miller D., 2010, Stuff, Cambridge: Polity Press.
Pomian K., 2001, Che cos’è la storia, Bruno Mondadori.
Schechner R., 1993, The Future of Ritual, Writings on Culture and Performance, London, Routledge.

Note

1. Laureando presso l’Università di Copenaghen nel MA in Applied Cultural Analysis, laureato precedentemente in Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali all’Università di Bologna. A.Moca, profilo Linkedin
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