La società non è una provetta

Di Francesco Zanotelli

La malattia, oggi più che mai, mostra di essere fenomeno al contempo sociale, politico, economico e simbolico. Un “fatto sociale totale” che l’antropologia è abituata a descrivere e interpretare attraverso la prossimità, l’immersione, in due parole “l’esperienza etnografica”.

Le limitazioni al movimento sembrano invece negare qualsiasi spazio per questo tipo di conoscenza: il distanziamento sociale si oppone alle pratiche di prossimità, il confinamento domestico impedisce di fatto la partecipazione attiva e la ricerca sui processi sociali negli ospedali, nelle scuole, nelle carceri, nei musei, nei centri di accoglienza per richiedenti asilo, nei campi nomadi, nei SERT, negli spazi dell’economia informale urbana e rurale (solo per richiamare alcuni dei contesti dove usualmente operiamo, che oggi ci sono interdetti).

Eppure, la vita sociale continua a scorrere, caricata però di nuove inquietudini e sofferenze, che necessitano oggi più che mai di essere documentate, monitorate, raccontate, ripensate anche a partire dall’intervento antropologico. Assistiamo, inoltre, ad un rischioso riduzionismo della malattia alla sola dimensione biologica (virale), intriso tra l’altro di una retorica mass e social mediatica che amplifica la rappresentazione del virus come nemico esterno contro il quale siamo chiamati retoricamente a combattere. Le reti parentali, i vicinati, le comunità amicali, che in altre occasioni di sofferenza sociale hanno prodotto implicite strategie di limitazione del danno, oggi non trovano occasioni di coinvolgimento, relegate alternativamente nel ruoli di malati-vittime, oppure di spettatori immobili, o peggio di minaccia involontaria. La retorica bellica, quindi, radicalizza la pur necessaria istituzionalizzazione dell’intervento, affidando alla bio-medicina in primis e alla scienza economica in secundisil compito di aiutare la politica a prendere decisioni sull’intera società nazionale.

Pensiamo che la pratica etnografica e nello specifico la pratica professionale dell’antropologia, per quanto limitata dalla situazione, debba esercitare ancora la sua funzione analitica, critica, propositiva. Pensiamo anche che gli antropologi e le antropologhe professioniste possano in questa fase contribuire a documentare i processi sociali in atto, proprio perché la loro funzione sociale, tanto misconosciuta quanto concreta, li porta a essere ancora attivi sul “terreno” o comunque in stretto contatto con il vissuto di coloro che rischiano di essere dimenticati, perché già precedentemente ai margini della società e perché si ritrovano oggi maggiormente esposti. Apriamo pertanto uno spazio, una rubrica che raccolga brevi scritti, testimonianze e riflessioni in modalità scritta e/o audio-visuale dei soci e delle socie di ANPIA e di coloro che, al di fuori dell’associazione, vogliano contribuire alla conoscenza e all’intervento concreto nelle situazioni di sofferenza sociale, al di là del virus.

Per contatti, info e per trasmettere i vostri materiali rivolgetevi a info@anpia.it

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