Il posto delle emozioni. Dalla pandemia all’etnografia per/nella clinica

Maria Concetta Segneri 

Fare etnografia in un poliambulatorio durante la pandemia

Fare etnografia per/nella clinica all’interno di un poliambulatorio come professionista antropologa comporta acquisire strumenti clinici che siano di supporto nella gestione delle emozioni proprie e altrui. Ciò è importante non solo perché si prende parte ai setting ma soprattutto perché la ricerca sociale è applicata a un contesto dove il disagio, la sofferenza e il dolore sono una costante. La pandemia causata dal Covid-19 non solo ha modificato le prassi lavorative del poliambulatorio introducendo i colloqui telefonici e lo smart working, ma ha reso ancora più evidente, venendo meno il contatto fisico, una delle sfide maggiori che incontra l’etnografia in questo ambito: riconoscere il posto delle emozioni  nella pratica e nell’analisi antropologica.

Quando è scoppiata la pandemia causata dal Covid-19 mi sono letteralmente chiusa alle informazioni perché il numero dei concittadini che morivano era troppo alto, inimmaginabile se non rapportato a eventi catastrofici del passato. La sofferenza era improvvisa e incontenibile, la morte era troppo vicina, inaspettata, e veniva meno l’autonomia di poter gestire simili cambiamenti secondo le proprie volontà e abitudini, se pensiamo per esempio ai riti funebri.

Ho pensato subito di rileggere Primo Levi e Slavoj Žižek ma, ripresi i testi, non riuscivo ad andare avanti più di tanto.

Ho continuato a lavorare nel poliambulatorio adottando nuove prassi: mascherina chirurgica, distanza da colleghi e pazienti (questi ultimi contattati per lo più telefonicamente), alternanza smart working, residuo ferie 2019 e presenza in poliambulatorio. Ho sperimentato il gap organizzativo e comunicativo istituzionale quando per tre giorni il poliambulatorio è rimasto chiuso per sanificazione, senza che fosse riferito subito che ciò accadeva, per via di un collega risultato positivo al virus. Insieme ai colleghi mi sono battuta affinché ogni criticità fosse palesata ufficialmente,  perché si trattava di diritti che nessuno doveva negare e di scelte da prendere consapevolmente

Sofferenze e difficoltà nel gestire le emozioni

Dopo due settimane di chiusura personale, di distanziamento emotivo, finalmente mi sono riavvicinata alle informazioni, mi sono aggiornata con dettaglio su tutto quello che il virus stava mettendo in pericolo oltre alla vita in sé e alla socialità. Ho pensato a chi ha lavori precari e poco remunerati, a chi deve pagare il mutuo della casa, a chi vive nei centri diurni, a chi non ha  denaro per fare la spesa, a chi è costretto a vivere in appartamenti piccoli e sovraffollati, a chi non ha accesso ai media e ai social, a chi non può accedere all’acqua corrente per lavarsi, a chi vive nelle periferie meno raggiunte dai servizi di prima necessità e dai mezzi pubblici, a chi si infetta e muore senza che nessuno ne tenga traccia perché in quella parte d’Italia o del mondo non c’è nessuno in grado di curare e di rilevare il dato.

La notizia che più temevo  era quella sui decessi. Ogni volta uno sconforto, una tristezza e un dolore vicino alle lacrime mi rendeva impossibile continuare la giornata  come se nulla fosse. Mi sono sentita un’estranea e al contempo così prossima al dolore di chi stava per morire a causa del virus o aveva perso un parente a cui non aveva potuto neanche dire addio, ritrovandomi spesso, durante lo stretching giornaliero, a sentire il pianto disperato bloccato in gola. Nessun suono usciva, ma il corpo soffriva per questo blocco.

L’ostacolo al contatto fisico con l’altro – a quella vicinanza e solidarietà che si comunica con il tatto, con pochi gesti, ma che riescono ad essere significativi – è stato per me l’aspetto più critico causato dal virus, anche perché questo ostacolo si è trasformato nel tempo, accrescendo esponenzialmente lo spazio, la distanza, posta tra sé e gli altri, tanto da diventare infine virtuale.

Vivo in una condizione di chiusura e apertura a singhiozzo, che da una parte mi rassicura e dall’altra mi rende aliena; così, quando trascorro a casa diversi giorni tra smart working e ferie per poi tornare a lavoro, faccio fatica a gestire le emozioni. Oscillo tra paura, ansia, disorientamento, felicità, frustrazione, frenesia, tanto da sentirmi sempre irrequieta, desolata, come anche fortunata e privilegiata.

Per lavoro, concludo vecchie scritture lasciate sospese e approfondisco vari argomenti per consulenze richieste dai colleghi, partecipo a setting telefonicamente, mi interrogo molto sul metodo.

Dall’angoscia al metodo nell’antropologia professionale?

Se come antropologa medica ho avuto bisogno di apprendere vari strumenti dalla psicologia per poter lavorare nella UOS di Salute Mentale -dove, oltre allo sportello per persone richiedenti protezione internazionale del poliambulatorio, attualmente svolgo la maggior parte delle mie attività di consulenza –  ho sempre considerato  problematica la collaborazione nei setting clinici, perché rimango una professionista sociale che non è abituata per formazione a gestire le emozioni, il controtransfert e via dicendo. Problematiche che le riunioni di équipe non riescono a risolvere. Indubbiamente sento nuovamente la necessità di una supervisione, ma mi domando anche se sia sufficiente. Dopo aver concluso un colloquio telefonico con il clinico, la mediatrice interculturale e il paziente che seguivamo già prima della pandemia, mi sono chiesta se noi antropologhe facciamo bene ad accettare di essere presenti ai colloqui psicologici. Soprattutto ora che soffriamo con tutti i nostri concittadini questo cambiamento così drastico della nostra quotidianità e che viviamo con questo continuo senso di morte e di tristezza  nel cuore, come possiamo presenziare ai colloqui clinici, entrare in relazione con pazienti sofferenti, senza risentirne profondamente?

Amo il mio lavoro nella clinica. Penso che sia il mio posto. Ho una buona sensibilità. Mi sento richiamata dall’umanità che non ha parole per comunicare il proprio dolore. Mi piace esserci al di là delle parole. Mi piace donarmi senza riserbo a quello che la sofferenza altrui porterà. Però sento che, nonostante la formazione, i mie strumenti continuano ad essere insufficienti rispetto agli abissi di dolore indicibile portato dalle persone che incontro nel poliambulatorio. Ma sono un’antropologa medica che ha scelto di lavorare in un poliambulatorio dove i pazienti sono soprattutto persone in condizioni di grave precarietà socio-economica. È la mia scelta. Raramente sono coinvolta nei setting clinici, eseguo sempre più spesso (già prima della pandemia) colloqui individuali con i pazienti per approfondire aspetti richiesti dai clinici o dalle mediatrici interculturali. Negli anni ho appreso dai clinici  tante tecniche per poter lavorare in un contesto del genere. Mi sento molto utile nel mio lavoro di ricerca per la clinica, ma sono  anche molto irrequieta, perché la mia professione e il mio modo di essere non mi aiutano nella gestione delle emozioni.

Questo virus mi sta facendo riflettere molto sulla diade mente-corpo, inconsistente nella realtà dei fatti, ma così importante nella mia pratica professionale. Mi domando dove debbano mettere le emozioni gli antropologi quando lavorano con la sofferenza altrui. Mi domando perché non ne parlino più spesso nelle loro ricerche quando le pubblicano – e non mi riferisco semplicemente alla tanto dibattuta “empatia” e al pericolo di burn-out. Le emozioni sono aspetti forse da tralasciare o piuttosto da tener  fuori dall’analisi per non adombrare lo sforzo intellettivo, la riflessione critica, l’analisi antropologica tout court? Mi riferisco alle proiezioni, alle identificazioni, ai processi inconsci, alle reazioni emotive, al transfert e controtransfert nella relazione terapeutica, ai vissuti soggettivi, alla narrazione della sofferenza altrui. Tutto questo trova posto nell’antropologia, compresi gli studi realizzati sulle emozioni? Dove se ne discute in un’ottica professionale focalizzando cosa sperimenta sulla propria pelle l’antropologo che lavora nella cura?

Questa pandemia ha fatto emergere, dunque, una criticità importante del mio lavoro di antropologa applicato alle emozioni, al corpo e al metodo etnografico nella clinica.

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