Intervista a cura
dell’Ufficio Stampa di ANPIA

La Commissione tecnico-scientifica di ANPIA

risponde alle domande sulla professione

 

Nata da un’esigenza legislativa, la Commissione Tecnica di ANPIA si pone l’obiettivo di supportare il Consiglio Direttivo nel processo di definizione delle linee generali dell’associazione.

In questa intervista Francesco Zanotelli ci spiegherà il ruolo che svolgono.

Come è organizzata la Commissione e quali sono le linee generali in definizione?

Il ruolo della Commissione è volto a favorire il processo di accreditamento di ANPIA nella lista delle associazioni delle professioni non regolamentate del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) con il supporto del COLAP. La tipologia di accreditamento a cui ci riferiamo è quella di tipo B, che permette sia di essere registrati presso la banca dati del Ministero che di poter certificare la professionalità dei nostri soci. Di conseguenza, abbiamo redatto uno statuto, un codice deontologico, istituito tre sedi a livello nazionale, uno sportello di ascolto e garantito la certificazione delle attività di aggiornamento e formazione che i nostri soci sono tenuti ad assolvere. Da questo punto deriva il secondo obiettivo della Commissione: stabilire una serie di criteri per garantire l’aggiornamento e dei soci iscritti ad ANPIA che avrà cadenza biennale.

Su che basi vengono stabiliti i criteri di aggiornamento dei soci?

Trattandosi di un lavoro ancora in corso abbiamo iniziato a ragionare su quali fossero le caratteristiche importanti e imprescindibili per i nostri soci. In linea con i principi dell’associazione, i criteri per l’aggiornamento dei soci riguardano la partecipazione a corsi di specializzazione, formazione, master post-laurea oppure corsi tecnici, sia di carattere prettamente antropologico che interdisciplinare. Un altro criterio è la partecipazione a convegni. A questo proposito stiamo immaginando di creare un “pacchetto” di seminari con enti convenzionati con ANPIA che possano rilasciare una certificazione da presentare al momento della richiesta di aggiornamento. Il socio avrà due anni di tempo per preparare la documentazione da presentare ad ANPIA che successivamente valuterà la richiesta di aggiornamento.

Esiste l’idea di creare dei corsi di aggiornamento “made in ANPIA”?

Per il momento abbiamo pensato di stipulare convenzioni direttamente con gli enti che organizzano convegni, seminari e/o corsi di specializzazione. L’intenzione perciò è quella di facilitare il processo di aggiornamento del socio promuovendo anche agevolazioni sui costi. Riteniamo infatti che i corsi e i master attualmente proposti dalle università abbiano un carattere poco applicativo e professionale. Pertanto, la nostra intenzione è quella di raccogliere le richieste dei nostri soci in modo da proporre un “pacchetto” di certificazioni utili alla professionalizzazione degli antropologi. Uno strumento utile al raggiungimento di questo obiettivo sono i soci collettivi.

Quali sono le caratteristiche dei soci collettivi?

In base al regolamento, ANPIA accetta due tipologie di soci: individuali e collettivi. Generalmente, i soci collettivi sono associazioni composte sia da antropologi che da altri professionisti che hanno già costituito una propria organizzazione con autonomia giuridica.

Quali sono le sfide dell’antropologia applicata?

L’antropologia è già presente in ambiti professionali, sebbene non sia riconosciuta universalmente. La figura dell’antropologo rappresenta in molte professioni un valore aggiunto che però rimane nascosto. Ciò che stiamo cercando di fare come ANPIA è quello di rendere visibile l’invisibile, ovvero di sottolineare le competenze antropologiche, avvalorarle e riconoscerle. Questo è il primo livello di riflessione su cui dobbiamo muoverci insieme ai nostri soci. Di conseguenza è necessario elaborare una serie di profili professionali che possano aiutarci a fornire una definizione dell’antropologo professionista. Il secondo livello di riflessione è strettamente politico, dobbiamo definire una strategia politica che porti all’attenzione delle istituzioni pubbliche le caratteristiche professionali dell’antropologo, evitando che queste vengano considerate meramente accessorie.

Ad oggi infatti l’antropologia viene considerata come una delle prospettiva da perseguire, mentre noi sappiamo bene che si tratta di una disciplina complessa con strumenti di indagine e di riflessione che devono essere conosciuti a fondo prima di essere utilizzati.

Tornando al processo di accreditamento di ANPIA, quali sono i criteri specifici richiesti dal Ministero?

La legge che permette l’iscrizione di ANPIA nella lista delle associazioni professionali non regolamentate riguarda le professioni non ordinistiche. Si tratta di un procedimento pensato a tutela dei committenti e non dei professionisti. Come abbiamo accennato in precedenza, i criteri per l’accreditamento di ANPIA sono semplici: avere dei documenti statutari, un regolamento interno, un codice deontologico, una sede legale e due nel territorio e uno sportello informativo al quale il committente può rivolgersi in caso di controversia con uno dei soci dell’associazione.

La mancanza di un albo professionale può essere discriminante?

Questa è una domanda complessa, probabilmente non c’è mai stata la volontà politica di creare un albo per l’antropologia professionale. In ogni caso ritengo che il processo di accreditamento voluto da ANPIA sia la soluzione migliore: un socio non si iscrive perché obbligato dalla legge ma perché crede nel lavoro portato avanti dall’associazione. Quello che è mancato all’antropologia è stato auto-riconoscersi un’identità professionale e quindi una propria specificità. Credo che quando questo verrà organizzato sul piano associativo e lavorativo ci sarà un riconoscimento anche sul piano politico.

In che modo viene tutelato il rapporto tra committente e antropologo?

Una parte del lavoro di ANPIA è anche quello di segnalare alla committenza che ne fa richiesta una rosa di antropologi che possano ricoprire il ruolo di specialista esterno. Di conseguenza è importante definire alcune linee di comportamento in caso di controversia tra le due parti. Essendo nati da appena due anni non abbiamo ancora un’esperienza consolidata, tuttavia siamo stati contattati da una serie di enti che avevano bisogno di antropologi per la realizzazione di corsi di formazione. In linea di massima, nel caso in cui il socio violasse il codice deontologico, ANPIA interverrebbe con ammonizioni e nei casi più gravi arriverebbe all’espulsione. Nel caso in cui la parte lesa fosse uno dei nostri soci, ci impegneremo a fornire il supporto necessario per la risoluzione del problema.

In chiusura, quali sono gli obiettivi futuri?

Innanzitutto il completamento della scheda per presentare la domanda di accreditamento al MISE, definire in maniera chiara i criteri per l’aggiornamento dei soci e infine promuovere indagini quantitative e qualitative volte a conoscere meglio il mondo delle professioni a cui ci rivolgiamo. Si tratta perciò di comprendere quale sia il profilo dei nostri soci, il loro percorso accademico e lavorativo e quali siano gli ambiti di applicazione della disciplina. L’obiettivo è far si che la specificità della professione diventi la caratteristica di quel mestiere che chiameremo Antropologo/a. Da un punto di vista pragmatico, auspichiamo che la Commissione possa crescere di dimensioni. Attualmente è composta da cinque persone che stanno svolgendo autonomamente tutto il lavoro, è essenziale che il capitale umano a nostra disposizione aumenti in modo tale da organizzare i compiti in maniera equa e coordinata.

Grazie a Francesco Zanotelli e alla commissione. Buon lavoro!
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