Commissione Scuola, Educazione e Formazione dell’Anpia

Il presente articolo è la sintesi di un dialogo a più voci fra alcuni membri della commissione scuola dell’ ANPIA: Katia Bellucci, antropologa e insegnante presso una scuola primaria; Francesco Bravin, antropologo e insegnante presso un istituto scolastico di recupero anni scolastici; Agostina Bua, antropologa, insegnante e genitore di un bambino di sette anni alle prese con la didattica a distanza; Michela Garau, antropologa e insegnante di italiano L2 presso un centro di accoglienza per adulti e Angelica Grieco, antropologa e insegnante presso una scuola statale secondaria di primo grado.

La dissoluzione della classe tradizionale

Sicuramente, trasportare il lavoro dell’insegnante in modalità digitale è un processo complicato e tutt’ora in fase di definizione. Diversi aspetti ci si sono presentati con forza già dai primi giorni, fra cui la modificazione dell’idea stessa di classe intesa come gruppo che nasce e vive all’interno dell’aula e che nella didattica in presenza assume un ruolo fondamentale, sia perché sviluppa la nascita di relazioni interpersonali tra alunni/e che altrimenti non esisterebbero, sia perché crea un unicum didattico per l’insegnante. In questa particolare condizione, la classe, ad oggi non esiste: mancano le occasioni di raduno ed incontro fisico per gli/le alunni/e. Non ci sono, e sono venute a mancare, le occasioni e le modalità, seppure surrogate, che possono supplire a una vita della classe fuori dall’aula. Vengono meno, una alla volta, le condizioni che rendono la scuola quel luogo/istituzione che gli/le alunni/e, fino ad oggi hanno imparato a conoscere.

La messa in discussione dell’idea di classe si intreccia con le tante variabili in gioco indipendenti dalla volontà del/la docente e/o della scuola: dal coinvolgimento degli alunni/e a quello delle famiglie, dalle direttive ministeriali ai gap tecnologici, dal programma da svolgere alla definizione di nuove priorità che permettano di far sentire ancora “classe” gli/le studenti/esse e continuare a erogare comunque un’istruzione di qualità in un momento in cui l’idea stessa di società sembra essere messa in discussione.

Didattica intrusiva negli spazi privati

La realtà diventa quella del docente che entra nelle case dei suoi studenti come un “intruso” e si inserisce in dinamiche di routine non note: scombina ritmi, ritarda pranzi, sbircia oltre le spalle degli studenti e studentesse intuendo gusti ed estetica del mobilio, e non ultimo decifra lo status sociale, culturale ed economico delle famiglie. É un gioco giocato da ambo le parti: anche il privato del docente è mostrato all’alunno, nonostante i tentativi, talvolta, di mascherare il proprio spazio abitativo.

Una relazione mediata dalla tecnologia

Il “dispositivo” assume il ruolo di mediatore di ogni relazione; esso diventa indispensabile per cercare di creare e mantenere una sorta di routine che non può più essere lasciata alla spontaneità dell’incontro e alla ritualità del momento della lezione. La “relazione mediata” si pone in modo dialettico fra la volontà dell’insegnante, che deve far i conti con il programma e la motivazione dell’alunno/a, che decide quando, come e se connettersi.

Nella didattica rivolta ad adolescenti e adulti, il cambiamento appare come tutto sommato indolore. Non essendo fisicamente in classe hanno minori opportunità di distrarsi a vicenda e questo è particolarmente apprezzabile per le classi più numerose. Per alcuni/e studenti/esse è stato forse un miglioramento, mentre ci sono anche quelli/e che si sono persi per strada: semplicemente non si collegano. Alcuni/e si collegano, ma poi “spariscono”: disattivano il microfono e la webcam e così non si vede cosa fanno, se stanno seguendo oppure se sono impegnati in altro. L’uso della webcam nella costruzione di uno “spazio formativo digitale” tende a ribaltare completamente la dinamica insegnante/studente e quella libertà/obbligo. In realtà, per un docente è importante vedere le facce degli studenti/esse, per capire se sono presenti, se stanno seguendo, se stanno capendo quello che viene spiegato. In questo contesto anche gli obiettivi cambiano: non più la didattica in senso stretto, ma cercare di mantenere lo spazio precario e in equilibrio costruito per non far disperdere totalmente l’idea già frammentata di gruppo e il valore già messo in discussione dell’istruzione.

Didattica liquida e patto educativo

Ma mentre l’utilizzo del dispositivi in classi di adolescenti e adulti implica un rapporto insegnante-studente/ssa mediato dal dispositivo, diverso è il caso della scuola primaria in cui gli attori in gioco diventano tre: l’insegnante, il genitore e lo/la studente/essa. Infatti, l’utilizzo dei dispositivi, per i/le bambini/e non può prescindere dal ruolo dei genitori. Non si tratta quindi soltanto di assicurarsi del fatto che tutte le famiglie abbiano un dispositivo digitale ma anche cercare di capire con quante persone andrà condiviso e per quanto tempo potrà essere utilizzato. Nell’incontro fra scuola e famiglia mediata da un dispositivo, il famoso “patto educativo”, che vuole una collaborazione tra istituzioni (scuola e famiglia), diventa di fatto un incontro liquido in cui le due parti (che nel pratico si concretizzano nelle figure dell’insegnante e del genitore/tutore) possono prevalere una sull’altra e talvolta scambiarsi. Tutto ciò si evidenzia in particolare nello scambio che avviene attraverso i social. Poiché se da un lato non esiste più un gruppo classe di bambini/e, è presente e attivo il gruppo classe dei genitori. Ogni genitore è portatore dello status sociale scolastico che investe il/la proprio/a figlio/a e si identifica: c’è chi sta al passo con le richieste degli insegnanti, chi rifiuta ed è oppositivo, chi fa continue richieste di spiegazione.

Occorre sottolineare come nella didattica a distanza si chiede che siano i genitori a farsi carico dell’impegno didattico del/la figlio/a che, nella scuola in presenza viene demandato al lavoro di gruppo e al rapporto diretto insegnante-bambino/a, e ciò non è sempre possibile, sia perché non sempre la famiglia possiede le competenze per farlo, sia perché non sempre c’è un adulto in grado di mettere a disposizione del tempo di qualità in cui svolgere le attività didattiche. Emerge ancor più fortemente la necessità di calibrare le attività in base al bisogno di ogni singolo/a studente/essa che, in questa situazione domestica, non può far conto sul sostegno del gruppo per procedere e sperimentare nuove attività.

Divario digitale e altre difficoltà

Assieme alla classe, nell’attuale contesto di precarietà vengono meno anche tutte quelle attività che, non prettamente scolastiche, definivano il “tempo scuola” e contribuivano al tentativo di colmare alcune diseguaglianze presenti in famiglie e studenti/esse in difficoltà, come le persone che non hanno a disposizione abbastanza strumenti tecnologici o che non hanno familiarità con la lingua italiana o con il lessico burocratico. A tutte queste attività si faceva fronte, in condizioni normali, con l’aiuto dei gruppi di sostegno del doposcuola o con l’attivazione di programmi specifici, che attualmente non sono stati attivati, o lo sono stati in forma parziale, e la cui assenza segna un vuoto incolmabile per gli alunni che ne favorivano prima. Allo stesso tempo mantengono alto il divario di status sociale scolastico, che già in condizioni normali la scuola fatica a colmare.

Il tema delle diseguaglianze, nonostante l’impegno dei/delle docenti e dei genitori, emerge in maniera estremamente forte nella quotidianità di tutti e tutte noi, fosse anche per l’impossibilità di seguire come vorremmo quegli/le studenti/esse o quelle famiglie il cui incontro in presenza riusciva, in qualche modo, a garantire una relazione di aiuto, di supporto e di prossimità.

La crisi come opportunità

Non sappiamo cosa succederà dopo questa quarantena, sappiamo che spetterà a noi tenere traccia del percorso dei/le nostri/e studenti/esse e figli/e in questo strano periodo e quello di restituire loro, magari in forma nuova, quanto da loro prodotto, mostrando come non si sia trattato di pezzi isolati ma di parti importanti di un unico percorso. Vogliamo immaginare questo periodo di difficoltà, come un momento di crescita e miglioramento sia per gli/le insegnanti sia per gli/le studenti/esse: i limiti che la situazione ci impone possono diventare un’occasione per sperimentare nuove modalità didattiche e creare nuovi canali. Questo non significa ignorare le difficoltà e i problemi che la situazione porta, ma cercare di trasformare una crisi in un momento di crescita, per tutti e tutte.

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