In seguito alla decisione del Consiglio Direttivo di ANPIA si è costituita la Commissione Beni Culturali con l’obiettivo di lavorare alla costituzione del profilo professionale del demo-etno-antropologo e dell’antropologo del Patrimonio e di eseguire un monitoraggio sul settore.

La commissione è coordinata dal membro del Consiglio Direttivo di ANPIA Valentina Rizzo ed è composta da Silvia Galuppi, Valentina Gamberi, Davide Mento, Claudio Masciopinto, Mariano Marcogiuseppe e Antonio Zanotti, e si prefigge l’obiettivo di approfondire  le seguenti tematiche, fino a rinnovo del mandato.

Gli obiettivi

 Già dalla sua costituzione ANPIA si è stata chiamata a prendere alcune posizioni su due punti molto rilevanti posti direttamente dal Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, la costituzione degli elenchi nazionali dei professionisti afferenti allo stesso Ministero e il Concorso per i 500 professionisti dei Beni Culturali.

Di concerto con le altre associazioni di Antropologia e le Scuole di Specializzazione in Beni demo-etno-antropologici di Perugia e di Roma, si è costituito un tavolo  per ragionare sugli elementi che qualificano un demo-etno-antropologo secondo il codice dei Beni Culturali e che rispondono ai parametri europei di EQF, al fine di determinare i criteri degli Elenchi Nazionali dei professionisti dei beni culturali, come stabilito secondo la L. 110/2014.

La commissione Beni Culturali di ANPIA intende, tra le sue linee programmatiche, proseguire il percorso di promozione della professione di demo-etno-antropologo nell’ambito dei Beni Culturali, percorrendo la strada aperta dalla Lettera di Protesta inviata alle istituzioni competenti (nello specifico il MIBACT nella persona del Ministro Franceschini). Da questo punto vista, riteniamo importante porre ANPIA all’interno di un’interfaccia aperta con il MIBACT, di concerto con le altre associazioni antropologiche firmatarie della lettera e con il fine di monitorare l’effettiva realizzazione di quanto previsto dal D.M. 44/2016. In tal senso, si prefigura il riassetto del MIBACT stesso, con la creazione di trentanove Soprintendenze (unificate più due speciali) e sette aree funzionali, tra cui quella del patrimonio demo-etno-antropologico, ed il conseguente impiego e riconoscimento della figura del demo-etno-antropologo. A questa linea di intervento, da collocarsi all’interno di un quadro temporale più ampio, la Commissione Beni Culturali di ANPIA intende affiancarne una di tipo pragmatico ed immediata. Quest’ultima riguarda lo svolgimento del Concorso per l’assunzione a tempo indeterminato presso il MIBACT di 500 funzionari tecnico-scientifici, sviluppando riflessioni e analisi sulla cifra irrisoria di posti assegnati ad antropologi e demo-etno-antropologi, così come su quelli che saranno i risultati parziali e finali del suddetto Concorso. A tal fine si propone di coinvolgere quanti dei soci ANPIA abbiano deciso di partecipare al suddetto. Ci si propone, nella fattispecie, di:

  • effettuare un censimento dei soci che parteciperanno al Concorso del MIBACT, con l’obiettivo di creare un canale di comunicazione per lo scambio e la condivisione di esperienze, dubbi ed informazioni;
  • redigere un bollettino informativo con scadenza temporale riguardante il Concorso MIBACT, da costruire attraverso apporti individuali e collettivi

Si ritiene che l’attuazione di questi due punti possa creare un momento di condivisione utile ad avere una visione il più possibile completa delle problematiche inerenti il Concorso. Inoltre, il monitoraggio di quest’ultimo può fungere da cartina di tornasole per misurare tutte le difficoltà pratiche inerenti l’inserimento della figura del demo-etno-antropologo all’interno del mondo dei Beni Culturali. La Commissione BC inoltre lavora su due progetti di più lunga sostenibilità, ovvero: la promozione della figura dell’antropologo culturale all’interno del settore del patrimonio (Silvia Galuppi e Antonio Zanotelli), da una parte, e dei musei (Valentina Gamberi), dall’altra, illustrate nelle sezioni successive di questo documento.

Progetto sul patrimonio

Tranne rare eccezioni i nostri musei sono tutti strettamente legati al territorio di appartenenza, non solo, per definizione, i musei demo-etno-antropologici, ma anche quelli nati a seguito di collezioni dinastiche, i musei civici, i musei d’arte, d’archeologia, di storia, di scienze naturali, di scienza e tecnica. In tutti emerge un rapporto diretto con il territorio. Il modello italiano di tutela del patrimonio mantiene però di fatto separati i musei dal patrimonio a cielo aperto, non avendo concretamente favorito una relazione tra il sistema della tutela e quello della gestione e valorizzazione del patrimonio medesimo. Nella pratica la visione dell’Italia come museo diffuso non si è infatti tradotta, salvo qualche deroga, in un vero e proprio progetto operativo capace di affidare ai musei competenze e responsabilità dirette sulla valorizzazione del patrimonio culturale presente al di fuori delle loro mura. Eppure proprio il senso del concetto di museo diffuso, qualora divenisse logica operativa, proposta organizzativa applicata, potrebbe consentire l’integrazione tra tutela e valorizzazione, trasformandole da passive in attive e partecipate. Si ritiene vi sia assoluto bisogno di una tutela e una valorizzazione attive, diffuse,  partecipate del patrimonio culturale. Questo significa, per il futuro, immaginare, pianificare, costruire un sistema museo-centrico quanto a responsabilità,  coordinamento, composizione di un apparato relazionale estensivo ed inclusivo,  museo-eccentrico quanto a suddivisione delle competenze, integrazione di quei soggetti che territorialmente, a vario titolo, nella difesa e valorizzazione del patrimonio culturale nelle sue varie declinazioni siano coinvolti e/o interessati, possano attuarsi come prospettive sostenibili nella gestione dei musei e dell’intero patrimonio culturale.

In linea allo spirito del dettato del Codice dei beni culturali e del paesaggio, laddove (in materia di principi inerenti all’attività di valorizzazione, espressamente all’art. 111 e all’art. 6) si fa riferimento all’esigenza di costituire ed organizzare stabilmente risorse, strutture o reti—ovvero mettere a disposizione competenze tecniche o risorse finanziarie o strumentali finalizzate all’esercizio delle funzioni e alla disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale ed assicurarne le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica—nonché in relazione al paesaggio, si ravvisa l’opportunità di realizzare nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati. Riscontriamo la mancanza e la necessità di una nuova, più estesa consapevolezza che conduca a concepire beni culturali e paesaggistici come parti di un unico inscindibile insieme.

D’altro canto, il rapporto tra musei, territorio, paesaggio—dove per paesaggio si intende, in sintonia con l’art. 131 del succitato Codice, il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni—costituisce l’ottavo ambito dell’Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei (D. Lgs. 112/98), nonché la sua specificità rispetto al Codice etico dell’ICOM, il quale non prevede, invece, tra gli standard minimi di pratica e condotta museale, la definizione dei rapporti con i territori di insediamento. Secondo la norma tecnica questo significa: “nell’indicazione delle proprie finalità e caratteristiche ogni museo è tenuto a dichiarare le proprie funzioni e vocazioni rispetto al territorio di riferimento”. Ogni museo viene dunque lasciato libero di scegliere se assumere o meno un ruolo attivo in tal senso tenendo conto delle risorse finanziarie e umane che ha a disposizione, singolarmente o nel quadro di un sistema strutturato assieme ad altri musei e/o istituti culturali.

La prospettiva rimane pertanto aperta e percorribile, e resta la speranza che un numero via via crescente di musei possano nel tempo divenire dei presidi per la valorizzazione e la tutela attiva del patrimonio culturale italiano secondo una  mentalità, un modello, una visione di gestione attiva, allargata, sostenibile.

Se si considera che tali aspetti sono purtroppo ancora lontani dall’essere compresi, introiettati, condivisi, debitamente valorizzati in ambito culturale e che, come sosteniamo con convinzione, possano proporre ai musei una pedagogia del patrimonio qualitativamente ancor più elevata trasformandosi in “iperluoghi”, al pubblico una migliore e più approfondita comprensione del patrimonio culturale, ma soprattutto un’opportunità professionale di grande rilevanza per i demo-etno-antropologi attivi come liberi professionisti, è intento della commissione:

1)    confrontarsi con realtà produttive, eco-musei, associazioni legate alla promozione del territorio per sensibilizzare alla cultura del paesaggio e alla valorizzazione ragionata dei beni materiali e immateriali;

2)    rivolgersi a Enti, Regioni, Sovrintendenze per stimolare l’apertura di bandi e il coinvolgimento di figure professionali in merito allo studio e alla valorizzazione del patrimonio territoriale e paesaggistico;

3)    verificare, volta volta, lo stato degli atti e quali siano le caratteristiche ricercate per auspicare il coinvolgimento di demo-etno-antropologi professionisti in progetti dal carattere testé delineato.

Progetto di antropologia museale

 Rispetto al progetto di antropologia museale, proponiamo un’interfaccia tra l’ambito universitario, quello formativo professionalizzante e quello prettamente lavorativo, piani che si intersecano e si strutturano vicendevolmente e che, quindi, devono essere indagati contemporaneamente.

Per quanto pertiene il primo punto, si intende, da una parte, affiancare i docenti universitari nella garanzia di un’offerta formativa con sbocchi lavorativi, dall’altra, dare voce alle istanze dei musei e dei neo-laureati. Infatti, la Scuola di Specializzazione in Beni Demo-etno-antropologici rappresenta l’unico indirizzo di antropologia del patrimonio. In realtà, una conoscenza basilare dell’antropologia museale e delle pratiche museali è fondamentale per chiunque professionista antropologo, dato che spesso dovrà cimentarsi in ricerche d’archivio o che vertono sul patrimonio materiale e immateriale.

Un altro compito prefissato sarebbe anche quello di de-provincializzare sia il concetto di antropologia museale, sia quello di museo: il museo non è uno spazio che “congela” i manufatti, è bensì una finestra di dialogo tra diverse realtà sociali nella quale gli oggetti continuano a relazionarsi con gli esseri umani. In tal senso, è importante ricercare un dialogo con la parte della Commissione dedicata all’antropologia del paesaggio e del patrimonio immateriale, intesi come momenti di uno stesso fenomeno sociale, ovvero la relazione dell’umano con il non-umano. La de-provincializzazione dell’antropologia museale in Italia porta anche ad un’incentivazione delle attività etnografiche all’interno dei musei, troppo spesso considerate come facenti parte degli studi museografici più prettamente teorici e a carattere storico. In tal modo, oltre alla figura professionale del curatore museale e del demo-etno-antropologo, si affianca quella dell’etnografo dei e nei musei, così da offrire un apporto critico alle attività museografiche.

Compito che ci si propone, entro Febbraio 2017, è attuare un’indagine in profondità dello “stato dell’arte” dell’antropologia museale in Italia, costituendo così un’attività complementare rispetto a quanto svolto dal Consiglio Direttivo ANPIA, volto prevalentemente ad una ricerca statistica. Tale analisi sarà quindi di tipo qualitativo e si focalizzerà sulle criticità individuate dai neo-laureati e dagli operatori museali, così come da tutti i ricercatori che lavorano con materiale d’archivio. In tal modo, la sezione di antropologia museale della Commissione diventerà la sede moderatrice tra i soci ANPIA e il Consiglio Direttivo. Inoltre, quest’analisi permetterà di avanzare richieste mirate alle Soprintendenze per l’incentivazione di bandi di concorso per antropologi museali, oltre che ad un allargamento delle possibilità di esperienze di tirocinio presso musei. La redazione del rapporto sullo “stato dell’arte” procederà attraverso un metodo incrociato di dati, ovvero:

  • colloqui con soci ANPIA che lavorano all’interno di musei o associazioni culturali similari, in modo da evidenziare le potenziali criticità e problematiche, oltre che indirizzare ad altri contatti significativi all’interno di università e musei;
  • colloqui con referenti museali volti a comprendere la necessità di antropologi all’interno di musei, così come la formazione antropologica già esistente;
  • analisi dei tirocini post-lauream presso musei presenti sul territorio italiano.

La parte del progetto riguardante la collaborazione con la ricerca della Commissione sul patrimonio, invece, si articolerà attraverso l’analisi approfondita degli eco-musei presenti sul territorio italiano ed una comparazione con altri esempi europei e internazionali, al fine da, un lato, evidenziare il ruolo ricoperto dai professionisti antropologi all’interno di queste realtà, così che possa essere implementato, e, dall’altro, suggerire possibili strategie e metodologie per migliorare la comunicazione e la fruizione museale nelle altre tipologie di museo più “classiche”, così da definire un modello di museo maggiormente rispondente alle esigenze delle comunità locali e che permetta di coinvolgere più figure professionali antropologiche e demo-etno-antropologiche, non strettamente legate all’ambito museale.

L’incentivazione delle attività etnografiche all’interno di musei procederebbe, infine, attraverso un dialogo con quanti in ANPIA hanno effettivamente svolto attività di ricerca di questo tipo, in modo da poter avanzare richieste alle Scuole di Specializzazione e agli atenei italiani per fornire insegnamenti metodologici che si possano affiancare a quelli teorici già esistenti.

 Obiettivi raggiunti

Grazie a un lavoro di interlocuzione con l’Amministrazione Comunale di Bologna, la commissione la richiesta dell’inserimento dei beni immateriali nel regolamento dell’Istituzione Bologna Musei (che coordina alcuni dei musei del territorio del capoluogo) è andata a buon fine.

La comunione si è data un indirizzo di apertura sul piano relazionale, entrando in contatto diretto e in coordinamento con altre associazioni professionale del settore per perseguire l’obiettivo di mettere a sistema competenze e di dare risonanza alle istanze dei professionisti del settore.

 

Contatto: valentina.rizzo89@gmail.com

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