Di Nicoletta Landi e Valentina Rizzo

“Non di dinosauri, non di stelle,
ma… di scuola, formazione e creatività”

Chiara Carletti, socia ANPIA ci racconta la sua esperienza innovativa di professione nel campo della scuola e della formazione.

Ciao Chiara, raccontaci di quando hai scoperto l’esistenza dell’antropologia?

Ufficialmente ho scoperto l’esistenza dell’antropologia quando mi sono iscritta al primo anno di Scienze Etno-Antropologiche a Bologna, ma diciamo che “ufficiosamente” l’avevo sempre conosciuta grazie a mio padre.

La tua famiglia ha cercato di farti cambiare idea? Avrebbero preferito iniziassi una carriera da gangster piuttosto?

Sono fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre lasciato la massima libertà nelle mie scelte, forse mia madre avrebbe preferito che viaggiassi meno e la facessi diventare nonna presto, con un posto fisso in un qualche ufficio, ma mio padre fin da piccola mi portava a cercare le ammoniti con lo scalpello sui monti e mi raccontava storie di popoli lontani e io ricordo che passavo ore a sfogliare i suoi libri, dunque direi che il mio destino era già segnato! 

Quando hai iniziato a interessarti e/o ad occuparti di uno specifico ambito di ricerca/lavoro?

Negli anni dell’Università mi sono appassionata all’antropologia americanistica, tant’è che ho svolto una prima tesi di ricerca sulle diverse forme della religiosità peruviana nel contesto d’immigrazione e poi, per la tesi della specialistica, mi sono occupata di “costruzione cultuale chicanaa San Francisco”, con una tesi di ricerca in California. Dopo l’Università ho avuto il classico periodo di smarrimento che, immagino, sia accaduto a tutti. La fatidica domanda era: che può fare un’antropologa fuori dall’Università? Era il 2009, nel pieno della crisi economica, e di certo non c’era la fila di fronte alla mia porta per offrirmi un lavoro. Mi sono così trasferita a Milano e sono riuscita a fare uno stage e poi ad avere un contratto di sostituzione maternità in due grandi aziende internazionali, ma il lavoro mi faceva schifo. Sapevo di non essere fatta per stare dentro un ufficio a deprimermi davanti a fogli excel, parlando male della gente, così ho continuato a studiare e a mandare il curriculum. Un bel giorno mi ha chiamato per un colloquio il Vice-Presidente di una Fondazione che si occupava di scuola, in particolare di premiare le eccellenze didattica nella scuola del Primo Ciclo. Non era il lavoro che mi aspettavo, ma in qualche modo mi affascinava. Soprattutto capì che in quel contesto – la scuola – le mie conoscenze antropologiche sarebbero servite a qualcosa.

Raccontaci nel dettaglio…

Per farla breve sono otto anni che collaboro con la Fondazione Amiotti e la grande esperienza che ho fatto lavorando ogni giorno a stretto contatto con docenti e studenti, mi ha dato l’opportunità di conoscere a fondo questo mondo, di comprenderlo, di capire i suoi bisogni e le sue frustrazioni, ma mi ha anche aperto la strada su un nuovo percorso: la formazione ai docenti. Sono oggi Vice-Presidente e formatrice per l’Associazione Educatori Rinascimente, un ente formativo che promuove una didattica innovativa, laboratoriale, attiva e inclusiva. Quello della formazione è un ambito che mi appassiona molto, all’interno del quale ho intrapreso una piccola sfida personale: far capire agli insegnanti che l’antropologia non è poi un mondo o una disciplina così lontana dal loro lavoro quotidiano, al contrario il mestiere dell’etnografo è molto simile a quello del docente. La classe è una sorta di “tribù” e per cogliere realmente tutte le dinamiche che accadono al suo interno, l’insegnante – esattamente come l’antropologo – deve imparare a mettersi “dal punto di vista di” …dell’alunno in questo caso, scoprendone i talenti, le diverse intelligenze e aiutandolo nel percorso di costruzione di nuove competenze. Poi un giorno mi è venuta un’illuminazione, ho riflettuto su questa definizione “l’antropologia è un sapere ironico” e mi sono detta, se è vero che gli studenti apprendono più e meglio in contesti sereni, in cui si ride e si è felici, perché non usare l’ironia – intesa in maniera socratica, ovvero come forza formativa – con gli insegnanti per fargli comprendere l’importanza di portarla e usarla all’interno dei contesti educativi? Da qui è nato anche il focus del mio progetto di ricerca del Dottorato che sto svolgendo presso l’Università di Firenze, nel Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia.

 

Come reagiscono le persone – comprese quelle con cui eventualmente lavori – al tuo essere antropologa?

Mi capita spesso di conoscere persone fuori dal “fantastico mondo dell’antropologia” che mi chiedono cosa fa l’antropologo, in cosa consiste il mio lavoro, eccetera eccetera. Non è mai semplice rispondere, anche perché devo dirgli che lavoro per una Fondazione che fa progetti di ricerca nelle scuole, che faccio formazione ai docenti, che collaboro sempre sul tema della didattica anche con il Centro Ricerche Etno-Antropologiche (CREA), che svolgo un dottorato di ricerca in pedagogia…insomma un delirio, è talmente lungo il discorso che alla fine ci rinunciano e mi offrono un drink pur di farmi stare zitta! Le persone con le quali lavoro invece fortunatamente lo capiscono e, anzi, lo tengono in grande considerazione. In caso contrario avrei fatto bene a partire e andare a vivere in una comunità quechua in Perù!

In che modo le tue competenze antropologiche costituiscono una risorsa, nel tuo lavoro?

L’antropologia per me è una sorta di forma mentis,o ci sei portato o altrimenti hai buttato via 3 o 5 anni di Università. Io mi rendo conto che l’antropologia, fa parte della mia vita, del mio modo di essere, tutto ciò che faccio in qualche modo è riconducibile a questa disciplina, compresi i miei hobbies. Per fare un esempio, sono una persona curiosa, amo viaggiare, amo scoprire modi di essere e stare nel mondo diversi dai miei. Mi piace anche raccontarli, perché vorrei far capire agli altri che della “diversità” non dobbiamo mai avere paura. Così ho deciso di aprire un blog di viaggi (www.storiediverse.it), l’ho voluto chiamare così perché non volevo solo dare informazioni sui viaggi, come tanti altri siti sull’argomento, volevo andare un po’ più a fondo, parlare con le persone, cercare di raccontare le loro storie, “diverse” appunto, ma anche la loro cultura, sia attraverso brevi articoli scritti da me, sia attraverso delle immagini. Tutte le fotografie che ci sono nel sito sono di una bravissima fotografa, Maria Alba Sorbi, che anche se non è antropologa riesce comunque a cogliere attimi, sfumature e dettagli con una sensibilità che trovo straordinaria. 

Tutto ciò per dire che le mie competenze antropologiche mi servono non solo nel mio lavoro, in classe con gli studenti e/o con i docenti, ma anche nella mia vita quotidiana. Credo mi aiutano ad osservare il mondo con occhi diversi e a rimanerne affascinata.

 E, invece, un ostacolo?

La risposta a questa domanda, dopo quello che ho detto sopra, mi pare ovvia. L’antropologia non è un ostacolo, nella maniera più assoluta.

Come ti vedi tra dieci anni? E no, ci dispiace, non possiamo offrirti da bere per consolarti.

Forse con questa risposta deluderò tanti giovani che sono un po’ rassegnati ad una vita lavorativa difficile e precaria o, forse, li motiverò… In ogni caso per quella che è la mia esperienza, credo che se si vuole qualcosa si debba sempre lottare, anche quando ci sembra di farlo contro i mulini a vento. Per certi versi siamo fortunati, tra qualche decennio molti dei mestieri “tradizionali” andranno scomparendo, il mondo del lavoro richiederà una creatività e un’innovazione senza precedenti. Siamo antropologi, dunque dovremmo essere abituati a ragionare con una certa elasticità mentale, ad essere creativi e curiosi. Mi sento perciò di dire a tanti miei giovani colleghi di non arrendersi, di inventarsi qualcosa, un’idea, un progetto, perché, come afferma un grande studioso, Ken Robinson, la società è cambiata, la scuola deve necessariamente cambiare per non rischiare di essere obsoleta rispetto ai reali bisogni delle nuove generazioni, dunque in tutto questo processo trasformativo la sola cosa che ci può salvare è proprio la creatività. In bocca al lupo a tutti noi!

In bocca al lupo a tutti noi! Grazie Chiara.

Più info:

chiara.carletti@unifi.it

www.chiaracarletti.it

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