Cronache dal Dipartimento di Prevenzione

Lucia Portis 

Lavoro all’ASL da molti anni e coordino il programma “Comunità e ambienti di vita” del Piano Locale di Prevenzione. Da quando questo terribile momento è iniziato tutto è fermo: progetti, iniziative, incontri. Il lavoro di rete non si può fare, visto l’obbligo del distanziamento sociale. Tutto il terzo settore con il quale collaboravo è in attesa, siamo tutti in sospensione, mi azzardo a dire in un momento di “crisi della presenza”. Non abbiamo, o almeno così è il mio sentire, potenza di decisione e di scelta.

Vista questa situazione ho deciso di scrivere un diario di campo per provare a realizzare un’auto-etnografia su quello che sta succedendo al Dipartimento di Prevenzione che ha tra i suoi compiti quello di monitorare le persone contagiate. Qui di seguito alcuni stralci.

Torino, 13/3/2020 – Implicarsi

Arrivo al Dipartimento di Prevenzione alle 11,00 dopo un po’ di giorni di assenza. Normalmente l’atrio è pieno di bambini e genitori che attendono il turno della vaccinazione, oggi è vuoto, più della settimana precedente. Domando alla coordinatrice infermieristica se è stato deciso di sospendere il servizio vaccinale, lei mi dice di no, però molte persone si sono auto-regolate e hanno chiesto di spostare l’appuntamento.

Sembra tutto molto tranquillo, pochi operatori in giro per i corridoi, c’è silenzio in un luogo spesso rumoroso, la sensazione è di assenza. Qualcosa non torna…

Decido di salire al primo piano per salutare alcune colleghe. Lì trovo un’altra atmosfera: è tutto un aggirarsi per i corridoi con fogli in mano, si entra e si esce dalle stanze con aria trafelata, nessuno ha voglia di chiacchierare…

Qui si gestisce la sorveglianza dei casi infetti e di chi sta in quarantena, un lavoro immane.

Qui si risponde alle domande dei medici di base e dei pediatri di libera scelta.

Qui telefonano i cittadini angosciati per avere qualche rassicurazione.

Tutti insieme: medici, operatori sanitari di varia natura, tecnici, amministrativi.
Io non sono obbligata a dare una mano, sono a part time e mi occupo di altro, ma mi sento eticamente ed emotivamente chiamata a fare la mia parte, non posso stare a guardare tutto questo movimento senza implicarmi in qualche modo.

Inizio le telefonate, sembra un lavoro banale ma non lo è per nulla.

Il sig. Giuseppe mi racconta che è lui il paziente positivo e che è un medico, oggi non si sente tanto bene, ha un po’ di febbre e, nonostante sia un medico, non sa bene cosa deve fare. Le certezze sembrano svanite, c’è una gran confusione, quando bisogna chiamare il 112? Quando andare in ospedale?

Paradossalmente mi tocca rassicurare un medico, oggi io so più di lui, conosco le procedure e provo a spiegargliele.

Non voglio sbagliare risposta quindi domando: voglio sapere cosa rispondere in caso di febbre o di malessere e quali sono i sintomi che mi devono preoccupare. Mi viene spiegato che ci si deve allarmare se la febbre supera i 37,5 e se ci sono difficoltà respiratorie. Comunque un medico sarà sempre a mia disposizione per chiarimenti.

Continuo le telefonate, la signora Laura è preoccupata, oggi si è misurata la febbre più volte, sale e scende, sua madre è ricoverata in terapia intensiva e lei non può uscire di casa. Quando verranno a farle un tampone? Domando al medico del tampone, non sappiamo come mai non è ancora stato effettuato, noi lo richiediamo, ma è l’unità di crisi che decide quando e a chi farlo.

In questa situazione la catena di richieste e di informazioni si può inceppare, ci sono 400 e-mail che devono essere aperte, schede per il monitoraggio della temperatura da inviare, richieste da evadere, oltre 600 telefonate da fare tutti i giorni in continuo aumento. Ho fatto 50 telefonate, ma è una goccia in un mare di cose di cui la sanità pubblica si deve occupare.

Sono sincera, lascio da parte la vocazione critica dell’antropologia medica, certo le questioni di potere sono sempre tra noi: chi sarà più importante? Chi risponde ai quesiti dei medici di base o chi telefona alle persone in quarantena? Ci sono comportamenti che noto o domande che mi pongo, ma che di fronte alla complessità della situazione mi sembrano banali, quando tutto questo sarà finito ci sarà tempo per riflettere.

Sicuramente la biomedicina sta imponendo uno stile di vita a chi ha contratto il virus o è stato in contatto con persone positive e a tutti noi, ma c’erano alternative possibili?

Ci sono persone abbandonate: i senza fissa dimora o chi sta in carcere; ci sono professioni, come quelle educative, poco tutelate. C’è chi ha perso il lavoro o lo perderà. In questa situazione così complessa mi viene in mente la parola agency, a volte abusata dagli antropologi. Oggi però questa parola ha avuto senso e concretezza: ho deciso di implicarmi intenzionalmente, di non essere spettatrice, di buttarmi nella mischia…

Torino, 14/3/2020 – Il filo delle Parole

Arriva il tempo delle telefonate, questa mattina chiamerò le persone che mi sono parse più in ansia o leggermente sintomatiche, nel pomeriggio le altre.

“Buongiorno sig. Bruno, come sta oggi? Ha misurato la febbre? Vuole domandarmi qualcosa? Ci sentiamo domani”.

La signora Maria mi racconta di essersi precipitata in Toscana dalla madre malata di Alzheimer e lì ha saputo di essere stata a contatto con una persona positiva e perciò messa in quarantena. Il centro diurno frequentato dalla madre è stato chiuso e quindi ora sono sole in casa. Oggi la madre è scappata e lei, non potendo uscire, ha chiamato i carabinieri che la stanno cercando. È molto preoccupata, si sente impotente.

Il signor Mario mi espone i suoi problemi: sono tutti in quarantena, lui e la sua famiglia a casa, la badante della madre che è morta pochi giorni fa. Si domanda: chi le porterà da mangiare, chi le comprerà le medicine in caso di bisogno? Lo rassicuro dicendo che la chiamerò immediatamente e mi assicurerò che possa avere tutto quello che occorre. Ci sono associazioni di volontari che possono fare la spesa a chi è in quarantena, in qualche modo il problema si può risolvere. Domani mi preoccuperò di trovare i contatti. In fondo il lavoro di rete mi è congeniale: metto in contatto persone e servizi da molti anni.

Un problema simile assilla la signora Teresa: ha rotto il termometro, non può più misurarsi la febbre, un fatto banale in altri momenti, ma che oggi diventa drammatico. Lei è sola, ha paura di infettare vicini e parenti e quindi proverà a telefonare a una farmacia per capire se possono lasciarglielo sulla soglia di casa.

La soglia è diventata il luogo dello scambio: lì si lasciano i generi di prima necessità. La soglia protegge gli altri da sé. La soglia non può essere attraversata.

È stata una giornata di parole, e mi viene in mente il discorso di Ivan Bargna all’apertura del Word Anthropology Day: ci sono lavori fatti di parole come quello dell’antropologo. Ebbene io uso la mia voce più che mai in questi giorni e dentro la voce c’è la consapevolezza degli obiettivi: sto cercando di capire, di aiutare e nello stesso tempo di riflettere su ciò che avviene.

Mi domando: sto facendo l’antropologa? Sto facendo l’educatrice? A volte questi due ruoli si confondono, non so se sono un’antropologa che ha incorporato un fare educativo o un’educatrice con competenze antropologiche. Ma forse tutto questo è poco importante.

Direi che stiamo “inventando” la professione dell’antropologo con fatica ed entusiasmo allo stesso tempo. Posso certamente dire che un fare quotidiano che porti con sé un desiderio di ricerca costante, di comprensione della realtà, di riflessione sulla relazione, è per me un fare antropologico.

Torino, 27/3/2020 – Soffocare

Oggi le parole mi soffocano, sono troppe ed escono a stento. Provo a fare ordine: sono passate due settimane da quando ho iniziato questo lavoro e un mese di distanziamento sociale (che per me è molto relativo visto che vado al dipartimento quasi tutto i giorni, come TUTTI gli operatori sanitari che ancora stanno bene). Intorno a me c’è il caos, determinato dalla mole di lavoro che aumenta ogni giorno, dalla stanchezza, e dalle tante disposizioni che arrivano dall’Unità di Crisi e che si contraddicono l’una con l’altra.

Ormai è sempre più palese che non è possibile gestire la salute utilizzando un paradigma di tipo aziendale dove la burocrazia impera. Forse questa situazione ci regalerà un servizio sanitario dove a dominare non sarà il budget, bensì il benessere delle persone. Ci sono stati momenti in cui ci abbiamo creduto: negli anni Ottanta e Novanta si parlava di integrazione socio-sanitaria, si costituivano tavoli di discussione tra operatori provenienti da realtà diverse. Poi abbiamo smarrito la strada e per tanto tempo abbiamo sentito parlare soltanto di denaro e di prestazioni, le persone e il loro benessere erano scomparse dall’orizzonte.

Da tre giorni chiamo Giovanna, un medico che si è infettato mentre lavorava. Lei sta abbastanza bene, il marito no, è ricoverato in ospedale con crisi respiratorie. Si sente in colpa, è stata lei a contagiarlo (i medici e gli infermieri stanno pagando un caro prezzo). Ha crisi di panico, si sente in gabbia. Mi dice: “e se mio marito muore, io cosa faccio? Non posso neanche uscire”. Una situazione spaventosa: una donna chiusa in casa in isolamento e un uomo che sta morendo in ospedale solo, senza possibilità di incontro, se non telefonico.

Faccio ciò che posso: le do il numero dell’assistenza psicologica messo a disposizione dalla protezione civile e spero che possano darle una mano.

Anche Maria ha il padre in terapia intensiva, probabilmente morirà solo, lei non può andare a trovarlo. Qualcuno del reparto le telefona per darle notizie tutti i giorni, di più non si può fare.  Queste situazioni iniziano ad essere sempre più numerose.

Penso spesso alle situazioni limite: ai bambini chiusi in casa, magari in case piccole con genitori poco accudenti, o alle donne per cui la casa è un luogo pericoloso e non accogliente, a chi non ha accesso alla rete, a chi vive per strada. Penso alle persone sole e fragili, a quelle depresse, mi sento angosciata e soprattutto impotente. Le disuguaglianze, presenti già prima, stanno crescendo in modo abnorme.

Cosa succederà dopo tutto questo?

Faccio una riflessione sulla responsabilità individuale: oggi da una parte abbiamo uno stato paternalista (il nanny state che limita la libertà individuale per implementare scelte di salute attraverso norme giuridiche) che decide per noi, ci obbliga a stare in casa, ci dice cosa è possibile e cosa è proibito, ci punisce se vogliamo fare una passeggiata, impedisce le riunioni familiari. Dall’altra delega molto alla responsabilità individuale: sei tu “cittadino competente” che devi metterti in isolamento se pensi di essere “pericoloso” (così hanno detto a mia sorella al telefono), se non lo fai sei responsabile di ciò che accadrà a te e agli altri.

L’adottare un comportamento responsabile, anche sul piano delle scelte relative alla salute, rientra sempre di più nel concetto di “virtù individuale”. Siamo costantemente bombardati da messaggi che puntano sulle nostre virtù individuali, che non tengono conto del contesto, delle differenze e delle disuguaglianze. Questo stato di eccezione non fa che amplificare questa tendenza, tipica peraltro del paradigma neoliberista che punta esclusivamente sull’individuo. I positivi sono potenzialmente degli irresponsabili (gli untori), chi va a farsi una corsa è un irresponsabile, i genitori che non riescono a tenere a bada i loro bambini sono irresponsabili e così via.

Ma questo non si può dire, sembra che il virus e l’epidemia abbiano eliminato del tutto la possibilità di dissentire.

Lucia Portis è antropologa ed educatrice, docente di Antropologia Medica e Antropologia dei contesti scolastici ed educativi presso l’Università degli Studi di Torino. Si occupa di salute pubblica, formazione, progettazione sociale e ricerca narrativa nei contesti educativi e socio-sanitari. Conduce da vent'anni laboratori di scrittura autobiografica e percorsi formativi in medicina narrativa ed è consulente dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Torino, settore Interculturale.

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