Antropologia: solo per comprovate esigenze lavorative

Di Fabio Malfatti

Premessa

Gioco dell'Oca fotografia di un testo del 1898

Sin dai primi giorni della ‘chiusura’ totale, mi sono posto la domanda: a quali condizioni come antropologo potrei uscire a fare il mio lavoro? Quali potrebbero essere ‘comprovate esigenze lavorative’ da inserire nel modulo di libertà condizionata?

Altri temi messi drammaticamente in evidenza in questo periodo, come la libertà di fare ricerca, (vedi post 21/07/2016 Dichiarazione Congiunta – libertà di ricerca) non saranno affrontati qui.

Restano sullo sfondo le incertezze del nostro lavoro come professionisti, poco conosciuto, oltre alla nota sensazione, un po’ amara, che nonostante il riconoscimento presso il MISE, la strada sia ancora lunga.

In questo testo non saranno fornite risposte legali, non sono un esperto di diritto, ma solo una serie di riflessioni e collegamenti possibili, come spunti per avviare una  discussione sui forum del nostro sito, ed in particolare sul forum Società in provetta.

Professione Antropologo

Da bravo etnografo, appena giunto il primo decreto restrittivo l’8 marzo, ho pensato che sarebbe stato interessante andare a ‘vedere cosa accade fuori’, documentare le trasformazioni della vita in supermercati, farmacie, luoghi pubblici eccetera; scambiare qualche parola (a rigorosa distanza) e ascoltare. Immagino che l’idea sia condivisa da molti e molte di noi e, come dimostra questa rubrica, ognuno ha cercato di fare etnografia dal proprio particolare punto di vista.

Ma come distinguere la ‘professione antropologo/antropologa’ dal semplice curiosare? Come dimostrare che la ‘curiosità’ dell’etnografa/o è un’attività lavorativa?

Ho discusso dell’idea con i colleghi del Centro Ricerche EtnoAntropologiche (CREA), ma in breve tempo il tema è passato in secondo piano rispetto ad altre esigenze. Da parte mia, venivo sommerso dalle esigenze di supporto della rete di relazioni. Improvvisamente, tutti avevano l’urgenza di creare videoconferenze, condividere documenti, fare cose online. Insegnanti in conversione istantanea da 0 a 2.0, genitori disperati nell’accedere a piattaforme Web scolastiche con l’interattività di un IBM S/36[1]Considerato uno ‘small computer’ è stato commercializzato da IBM tra il 1983 e il 2000,  del secolo scorso info: https://en.wikipedia.org/wiki/IBM_System/36, conoscenti, parenti, vicini…   il terremoto, le cavallette…. non è stata colpa mia[2]The Blues Brothers, scena nel tunnel. Jake ‘Joiet’ Blues con la ex fidanzata: ‘non è stata colpa mia‘.

72.20.00 e lavoro etnografico

Il problema si è ripresentato quando mi sono accorto che nell’allegato 3 al DPCM del 4/10/2020, tra le attività che potevano riaprire[3]DPCM del 4/10/2020 Art. 2 comma 1. , era incluso il codice ATECO 072 Ricerca scientifica e sviluppo[4]Il Codice Ateco 72 include:

1) ricerca di base: lavoro sperimentale o teorico svolto principalmente per acquisire nuove conoscenze sui fondamenti dei fenomeni e dei fatti osservabili, non finalizzato ad una specifica applicazione o utilizzazione,
2) ricerca applicata: lavoro originale svolto per acquisire nuove conoscenze e finalizzato principalmente ad una pratica e specifica applicazione,
3) sviluppo sperimentale: lavoro sistematico, basato sulle conoscenze esistenti acquisite attraverso la ricerca e/o l’esperienza pratica, condotto al fine di produrre, sviluppare nuovi materiali, prodotti e apparecchi, di installare nuovi processi, sistemi e servizi e di migliorare sostanzialmente quelli già prodotti o installati.
Le attività di ricerca e sviluppo sperimentale, incluse in questa divisione, sono suddivise in due ulteriori categorie: 72.10.00 scienze naturali e ingegneria; e 72.20.00 scienze sociali e umanistiche definita come:
– ricerca e sviluppo nel campo delle scienze sociali
– ricerca e sviluppo nel campo delle scienze umanistiche
– ricerca e sviluppo interdisciplinare, principalmente nel campo delle scienze sociali e umanistiche
Dalla classe 72.20 è esclusa: ricerche di mercato, cfr. 73.20, e quindi anche il mio[5] Sono un professionista con partita iva, realizzo consulenze e ricerche in ambito antropologico. 72.20.00, ricerca e sviluppo interdisciplinare, principalmente nel campo delle scienze sociali e umanistiche. Sono quindi ripartito con la domanda: come dimostrare le ‘comprovate esigenze lavorative’?

Ne ho parlato in giro, un amico mi ha inviato la lettera di incarico con cui si reca al lavoro:

“Si dichiara che il/la Sig. xy  nato/a il   è dipendente della scrivente società Z con contratto a xx  e presta attualmente la sua attività lavorativa presso lo stabilimento sito in Località, Città Indirizzo CAP per il quale l’azienda ha ottenuto l’autorizzazione prefettizia per l’esercizio dell’attività ex art.1 punto h DPCM 22/03/2020.
Si rilascia la presente dichiarazione, a richiesta dell’interessato, per gli usi consentiti dalla legge”

A chi sta giudicare ?

Lasciando da parte riflessioni più complesse su autorità e potere che andrebbero fatte su quel “comprovate [da chi? secondo quali criteri?] esigenze lavorative”, limitiamoci a una domanda più semplice e concreta:a quali condizioni avremmo potuto e potremo in futuro uscire di casa per fare etnografia?

Una lettera di incarico del CREA per un progetto di ricerca che è inserito sul sito istituzionale, la tessera di ANPIA e il modulo per l’autodichiarazione basterebbero  a convincere un rappresentante delle forze dell’ordine incaricato di controllare comportamenti illeciti?

Rido pensando a cosa accadrebbe  se, in un moto di zelante rispetto del formalismo burocratico e del cittadino (io), l’ideale tutore dell’ordine pubblico (non-io) , dopo aver scansionato il QRcode della mia tessera ANPIA, decidesse di chiamare il numero di telefono dell’organizzazione indicata sull’autocertificazione e sulla lettera di incarico per verificare la veridicità delle informazioni, facendo squillare, come in molti film, il cellulare nella mia tasca. Paga pegno e stai fermo un giro!

Costruire una giustificazione a priori

Come Centro Ricerche EtnoAntropologiche abbiamo affrontato da tempo la problematica del ‘costruire a priori’ in ambito fiscale la legittimità di quello che stiamo facendo. Siamo partiti dal considerare che nell’incontro tra differenze con l’Agenzia delle Entrate, l’Ontological Turn non sia un’argomentazione teorica sufficiente e che  le ‘funzioni d’onda’ collasserebbero di fatto in un unico punto di vista (quello del non-io).

La nostra posizione è stata quella piuttosto di creare tutta la documentazione necessaria a dimostrare quali siano le motivazioni del movimento di denaro. Cosa spesso tediosa e che porta a una burocrazia complessa del tipo UCCS[6]Ufficio Complicazione Cose Semplici: idealmente il flusso di lavoro parte dalla delibera del Consiglio direttivo, che approva i termini del progetto/attività con lettera d’incarico con esplicitate le modalità di gestione delle spese per l’attività. Questo anche perché un rimborso spese a un professionista con partita IVA a  regime forfetario potrebbe essere visto come un compenso occulto. Per ottenere le spese dovrebbe essere presentata rendicontazione dettagliata con, breve, relazione delle attività svolte e delle motivazioni delle spese (es. convegno) con tutte le fatture e ricevute allegate. Ultimamente  ci è stato consigliato di evitare passaggi di fondi direttamente alle persone e utilizzare quando possibile, pagamenti diretti con carte prepagate. In breve, UGBC: Un Gran Bel Casino!. Inutile aggiungere che a volte non riusciamo a seguire le nostre stesse regole.

Mettiamo che io decida di andare a fare un’osservazione (poco) partecipante a distanza di 2 metri con mascherina e guanti in un luogo X (pubblico o privato). Se durante il percorso o mentre lavoro mi fermassero, la dichiarazione, la lettera di incarico, la tessera di ANPIA e la destinazione sarebbero elementi ‘giustificativi’ sufficienti per un solerte tutore dell’ordine?

Potrei portare anche il curriculum completo, le stampe dei profili ANPIA, Linkedin, ORCID, Researchgate, Academia; tutte le pubblicazioni (molto tempo fa a un posto di  blocco in un posto sperduto me la sono cavata grazie  alle pubblicazioni che avevo per caso nel cruscotto); le foto sul campo in luoghi esotici; la dichiarazione di cinque colleghi e colleghe, una lettera di mia madre…

Un passo indietro: il codice ATECO del professionista o l’attività che viene svolta dal professionista?

Per ricostruire il percorso delle riflessioni debbo fare un passo indietro, o meglio, laterale. Agli inizi di aprile mi sono occupato per la Comunità del Bosco del Monte Pisano[7]Il Centro Ricerche EtnoAntropologiche, ha seguito e supportato dall’inizio del 2019 il percorso di  fondazione della Comunità del Bosco Monte Pisano., di un appello sulla Conduzione di Attività Agricole hobbistiche e di autoconsumo indirizzato all’assessore all’Agricoltura della Regione Toscana. In sintesi, nella lettera veniva evidenziato come una percentuale rilevante dell’agricoltura collinare Toscana fosse legata ad attività non professionali. Mentre le imprese agricole potevano riprendere il lavoro, le attività agricole informali non potevano essere praticate. Attività che contribuiscono in modo rilevante alla produzione diretta e indiretta di reddito, alle risorse alimentari delle famiglie e, non ultimo, alla manutenzione del territorio.

Torniamo al punto: di fatto si chiedeva che le attività ‘informali’ (hobbistiche) venissero equiparate a quelle professionali. L’agricoltura e il settore agroalimentare sono state giustamente incluse tra le attività ritenute necessarie e, quindi, non soggette ai divieti imposti per le altre attività produttive. Però mentre per un professionista del settore agricolo in quel periodo era possibile circolare e essere incaricato di potare, coltivare o tagliare l’erba su un terreno; il proprietario o il gestore dello stesso terreno non potevano andare in prima persona a fare le stesse azioni. A maggior ragione se il terreno si trovava   in un comune diverso dal domicilio.

Dopo alcuni giorni – non per solo merito della lettera della Comunità del Bosco, ma grazie anche alla pressione da parte di decine di organizzazioni – la Regione Toscana ha emesso l’Ordinanza n.36 del 14 aprile 2020[8]Ordinanza n.36 del 14 aprile 2020 “Ulteriori misure per la gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID 19 in materia di agricoltura, controllo fauna selvatica e forestazione” Testo reperibile al link: https://www.toscana-notizie.it/documents/735693/1398893/Ordinanza_del_Presidente_n.36_del_14-04-2020.pdf   che, con numerose premesse e giustificazioni, regolamenta lo svolgimento delle attività agricole non professionale

Considerato che l’attività di coltivazione di colture agricole è svolta anche a livello amatoriale con destinazione dei prodotti agricoli, ricavati dalle attività, all’autoconsumo familiare;

Preso atto che, soprattutto in questa fase primaverile, lo spostamento dalla propria abitazione per lo svolgimento delle attività di coltivazione del fondo agricolo può essere giustificato facendolo  rientrare nelle situazioni di necessità di assoluta urgenza, in quanto il mancato svolgimento in  questo periodo dell’anno di alcune pratiche agricole indifferibili può compromettere tutta la  produzione, con conseguenti ricadute negative non solo per il singolo produttore ma anche con  ricadute negative di carattere generale in termini di rischio  idrogeologico e rischio di incendi boschivi, entrambi fortemente correlati alla corretta gestione dei fondi agricoli;

Bene, ora provo a tirare le fila. Nel caso delle colture agricole è l’attività effettivamente svolta ad essere determinante e non il codice ATECO o l’essere professionista. Seguendo questo ragionamento, se vi fosse opportuna ordinanza, potrebbe fare ricerca sul campo anche una persona qualificata che ha partita IVA con codice ATECO diverso dal 72.

Ritorna alla casella numero 1:  chi decide quando possiamo o meno fare ricerca?

E quindi?

Alla fine di questo gioco dell’oca tra caselle stai fermo un turno, paga pegno, e torna indietro alla numero 1, mi sento alla casella 10 di 100:

  • Per realizzare attività professionali etnografiche/antropologiche in questo periodo di emergenza non contano tanto i requisiti professionali (anche se probabilmente aiutano), dato che l’inserimento nei codici ATECO avviene su autodichiarazione senza nessun vincolo.
  • Non sono riuscito a capire come definire le ‘comprovate esigenze lavorative’ che ci permettano di uscire come antropologi e antropologhe dalle nostre abitazioni per lavorare.
  • Nè ho chiari quali siano i diritti di chi  ha un codice corretto, i requisiti professionali e la reale necessità di uscire di fronte all’eventuale incomprensione delle forze dell’ordine (paga pegno e torna alla casella 1)

Insomma, alla fine: quando possiamo fare ricerca?

Note   [ + ]

1. Considerato uno ‘small computer’ è stato commercializzato da IBM tra il 1983 e il 2000,  del secolo scorso info: https://en.wikipedia.org/wiki/IBM_System/36
2. The Blues Brothers, scena nel tunnel. Jake ‘Joiet’ Blues con la ex fidanzata: ‘non è stata colpa mia‘.
3. DPCM del 4/10/2020 Art. 2 comma 1.
4. Il Codice Ateco 72 include:

1) ricerca di base: lavoro sperimentale o teorico svolto principalmente per acquisire nuove conoscenze sui fondamenti dei fenomeni e dei fatti osservabili, non finalizzato ad una specifica applicazione o utilizzazione,
2) ricerca applicata: lavoro originale svolto per acquisire nuove conoscenze e finalizzato principalmente ad una pratica e specifica applicazione,
3) sviluppo sperimentale: lavoro sistematico, basato sulle conoscenze esistenti acquisite attraverso la ricerca e/o l’esperienza pratica, condotto al fine di produrre, sviluppare nuovi materiali, prodotti e apparecchi, di installare nuovi processi, sistemi e servizi e di migliorare sostanzialmente quelli già prodotti o installati.
Le attività di ricerca e sviluppo sperimentale, incluse in questa divisione, sono suddivise in due ulteriori categorie: 72.10.00 scienze naturali e ingegneria; e 72.20.00 scienze sociali e umanistiche definita come:
– ricerca e sviluppo nel campo delle scienze sociali
– ricerca e sviluppo nel campo delle scienze umanistiche
– ricerca e sviluppo interdisciplinare, principalmente nel campo delle scienze sociali e umanistiche
Dalla classe 72.20 è esclusa: ricerche di mercato, cfr. 73.20

5. Sono un professionista con partita iva, realizzo consulenze e ricerche in ambito antropologico.
6. Ufficio Complicazione Cose Semplici: idealmente il flusso di lavoro parte dalla delibera del Consiglio direttivo, che approva i termini del progetto/attività con lettera d’incarico con esplicitate le modalità di gestione delle spese per l’attività. Questo anche perché un rimborso spese a un professionista con partita IVA a  regime forfetario potrebbe essere visto come un compenso occulto. Per ottenere le spese dovrebbe essere presentata rendicontazione dettagliata con, breve, relazione delle attività svolte e delle motivazioni delle spese (es. convegno) con tutte le fatture e ricevute allegate. Ultimamente  ci è stato consigliato di evitare passaggi di fondi direttamente alle persone e utilizzare quando possibile, pagamenti diretti con carte prepagate. In breve, UGBC: Un Gran Bel Casino!
7. Il Centro Ricerche EtnoAntropologiche, ha seguito e supportato dall’inizio del 2019 il percorso di  fondazione della Comunità del Bosco Monte Pisano.
8. Ordinanza n.36 del 14 aprile 2020 “Ulteriori misure per la gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID 19 in materia di agricoltura, controllo fauna selvatica e forestazione” Testo reperibile al link: https://www.toscana-notizie.it/documents/735693/1398893/Ordinanza_del_Presidente_n.36_del_14-04-2020.pdf
0 Comments

Leave a reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

©2020 ANPIA – Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia via Milazzo 8, 40121 Bologna (BO)    C.F. 91387280372

CONTATTACI

Sending
Area Soci

Log in with your credentials

Forgot your details?